Dopo quarantadue chilometri e 195 metri, quando ha visto l’arco del traguardo davanti al Duomo, il fiato gli è mancato per un attimo. Un attimo solo. Poi è bastata una domanda dello speaker per farlo ripartire come una scheggia, con lo stesso impeto che doveva avere quattro ore e mezza prima, allo sparo in Corso Sempione. «Da dove viene?», gli hanno chiesto. E lui, sorridendo tra la fatica e l’emozione, ha risposto: «Da Torino, ma non a piedi, eh». Il Duomo illuminato a festa sorrideva alle sue spalle. E Giuseppe Damato, classe 1936, novant’anni compiuti lo scorso gennaio, aveva appena fatto qualcosa che nessuno al mondo aveva mai fatto prima.
Alla Maratona di Milano, l’ultranovantenne non ha battuto il record della categoria M90. Lo ha letteralmente polverizzato. Ha abbassato il primato di un’ora e quarantaquattro minuti. Una roba da matti. Il precedente limite apparteneva a un altro italiano, Antonio Rao, che alla Maratona di Roma del 2023 aveva chiuso in sei ore, quattordici minuti e quarantaquattro secondi. Damato lo ha lasciato a mani vuote, fermando il cronometro a quattro ore, trenta minuti e trenta secondi. Un tempo stratosferico che neppure lui, forse, si aspettava di realizzare. E invece.
Ma del resto, già lo scorso novembre, quando di anni ne aveva ancora ottantanove, nella sua Torino aveva corso in quattro ore, trenta minuti e un secondo. Un soffio. Un secondo di differenza, quasi a dire: ci sono quasi, aspetta che compio novant’anni e poi ti faccio vedere. Ieri è successo. La storia è stata riscritta. E lui, al traguardo, non ha perso tempo in celebrazioni retoriche. Il fiato era già tornato, lo spirito quello non si era mai affievolito, nemmeno per un istante. Così ha cominciato a raccontare, con la verve di un ventenne, come era andata.
«Mi hanno un po’ frenato i miei angeli custodi, perché io ho il vizio di partire forte. È grazie a loro se sono arrivato bello fresco. E devo dire che non sono neanche tanto stanco». I suoi angeli sono i nipoti, Siro D’Amato e Stefano Damato. Il primo, figlio del fratello, è un animale da resistenza, abituato a imprese titaniche come il Tor des Géants, l’ultramaratona che si snoda per trecentotrenta chilometri tra le valli della Val d’Aosta con ventiquattromila metri di dislivello. Per lui, una maratona “pulita” di soli quarantadue chilometri è quasi una sgambata. Il secondo, invece, è un ragazzo di ventotto anni alla sua prima maratona in vita sua. Insieme hanno scortato il novantenne lungo tutto il percorso, frenandolo quando lui partiva troppo forte e spingendolo quando serviva.
La curiosa differenza tra i cognomi ha una spiegazione semplice. Anni fa, il signor Giuseppe decise di modificare il proprio, togliendo l’apostrofo. I fratelli, invece, non fecero altrettanto. Così, da quel momento, lui è Damato e loro sono rimasti D’Amato, una piccola anomalia che racconta molto del carattere del nostro eroe.
Le maratone di ieri era la diciassettesima della sua carriera. Un numero che lascia increduli, soprattutto se si considera che Giuseppe Damato ha cominciato a correre solo a settantatré anni. Sì, avete letto bene. Fino ad allora, la sua grande passione era stata la bicicletta. Una caduta, però, ha cambiato tutto. «Mia moglie mi disse che dovevo smettere». E lui ha smesso. Ma non è rimasto fermo. «Ho cominciato a correre. Alla mia prima maratona ho fatto tre ore e quaranta». Roba da professionisti. Da allora, non ha più smesso. Corre, si allena, gioca ancora a tennis un paio di volte a settimana. E in bici, ai tempi d’oro, si era già tolto grandi soddisfazioni. «A diciotto anni sono andato da Torino a Napoli in quattro giorni. E mi sono fatto tutti i passi dolomitici nei luoghi della mia infanzia. Ho il fisico da scalatore, io».
Infatti l’ossatura regge. Giuseppe Damato è alto un metro e sessanta, pesa quarantanove chili, una struttura asciutta che i grammi di troppo non li ha mai visti. E i geni contano, eccome. Suo padre, Stanislao, un pugliese doc, ha vissuto fino a centodue anni. Sua madre, veneta di San Vito di Cadore, gli ha regalato l’amore per la montagna. La famiglia durante la guerra era sfollata in Cadore, e lì è cresciuto respirando l’aria delle Dolomiti. Tornato a Torino, per tutta la vita ha condotto una piccola azienda di pavimenti in parquet, stando sempre in movimento, senza mai fermarsi.
Ora ha già un nuovo obiettivo nel mirino. «Domenica prossima c’è una mezza maratona dalle mie parti, ci sono amici che la fanno, credo che andrò anch’io». Lo dice come chi parla di una passeggiata domenicale. E poi avverte: «Conto di correre ancora una decina d’anni, non di più. Quindi come tempo spero di fare meglio alla prossima edizione della Maratona di Milano, nel 2027». Dieci anni. Arriverebbe a cent’anni. Chissà se quel giorno, quando lo speaker gli chiederà «da dove viene?», lui risponderà ancora: «Da Torino, ma non a piedi, eh». Con la stessa ironia, la stessa leggerezza, la stessa voglia di sorprendere.
Perché Giuseppe Damato non corre per stabilire record. Corre perché gli piace. Perché a settantatré anni ha scoperto una passione che non lo ha più abbandonato. I sessantamila che hanno riempito le strade di Milano ieri possono testimoniarlo: non è solo questione di numeri e di cronometri. È questione di spirito. Quello che non manca mai, nemmeno quando il fiato, per un attimo, sembra essersi perso. Poi riparte, come un treno. Come Giuseppe.
