In un’Italia stretta nella morsa di una crisi abitativa sempre più palpabile, il governo Meloni ha recentemente avviato una duplice, ambiziosa, ma anche controversa manovra. Da un lato, si scaglia contro il fenomeno delle locazioni turistiche brevi, da più parti indicate come uno dei principali colpevoli della rarefazione dell’offerta di case in affitto nel mercato residenziale. Dall’altro, imbraccia le armi contro un ostacolo diametralmente opposto: la lentezza, spesso proverbiale, delle procedure di sfratto per chi, in un appartamento, non intende o non può più andarsene. L’obiettivo dichiarato è nobile e complesso: ricomporre un equilibrio nel mercato dell’abitare, un settore vitale per la stabilità sociale ed economica del Paese. Tuttavia, la strategia messa in campo, che si articola tra manovre economiche nella legge di Bilancio e proposte di legge parlamentari, sembra muoversi più sul terreno dell’emergenza, assumendo i contorni di una corsa contro il tempo, piuttosto che quelli di un piano organico e di lungo respiro, capace di affrontare le radici profonde del problema.
Per comprendere la portata di questa sfida, è necessario addentrarsi nei numeri che disegnano la mappa del disagio abitativo italiano. Secondo i dati aggiornati del Ministero dell’Interno, nel 2024 sono stati emessi 40.158 provvedimenti di sfratto, un dato in aumento del 2% rispetto all’anno precedente. Questa cifra, seppur inferiore ai picchi registrati nell’era pre-Covid, delinea un trend in lento ma costante rialzo, un termometro sensibile di un malessere sociale che non accenna a placarsi. Un’analisi più approfondita delle cause rivela che in tre casi su quattro la motivazione principale è la morosità, ovvero l’incapacità dell’inquilino di far fronte al pagamento dei canoni di locazione. Il restante quarto dei casi riguarda invece situazioni in cui l’affittuario, pur alla scadenza naturale del contratto o di fronte a una legittima disdetta da parte del proprietario, oppone resistenza, rifiutandosi di lasciare l’alloggio. Il Sole24Ore ha offerto una prospettiva ancora più cruda rapportando il numero totale dei provvedimenti a quello delle famiglie in affitto: in Italia, vengono emessi 9,3 sfratti ogni mille nuclei familiari che vivono in locazione. Ma questa media nazionale nasconde profonde disparità geografiche. Si passa dai picchi allarmanti di province come Pescara, che guida una classifica poco invidiabile con 50,8 sfratti ogni mille famiglie in affitto, a realtà come Milano e Bologna che, pur non essendo esenti da tensioni, si attestano al di sotto della soglia dei sei sfratti.
È proprio sul versante degli sfratti che il partito di maggioranza, Fratelli d’Italia, ha deciso di intervenire con proposte che hanno sollevato un vivace dibattito. Negli ultimi vent’anni, la macchina degli sfratti in Italia si è rivelata un ingranaggio spesso arrugginito e inefficiente, bloccandosi sistematicamente nella sua fase più delicata e critica: la liberazione materiale dell’alloggio. Questo passaggio rappresenta il vero collo di bottiglia del sistema, tanto che le esecuzioni effettive raramente superano la metà dei provvedimenti emessi dai giudici. È su questo anello debole della catena che si concentrano due proposte di legge, una presentata alla Camera da Alice Buonguerrieri e l’altra al Senato, con primo firmatario Paolo Marcheschi, entrambi esponenti di FdI. La normativa attuale, a onor del vero, prevede già strumenti considerati piuttosto efficaci per lo sfratto per morosità incolpevole. Tuttavia, la loro applicazione pratica è spesso frustrata dalla lentezza dei tribunali e dalla congestione del sistema giudiziario. L’idea innovativa, e per molti versi radicale, alla base delle proposte di FdI è l’introduzione di un meccanismo ulteriormente semplificato e slegato dalla sfera giurisdizionale. Si ipotizza, infatti, l’intervento di un’autorità amministrativa che, in casi definiti, possa disporre direttamente l’esecuzione dello sfratto, bypassando completamente la fase del giudice. Secondo i proponenti, questa misura è indispensabile per “tutelare il diritto di proprietà e restituire certezza a chi affitta”, cercando di riequilibrare una relazione tra locatore e conduttore che oggi viene percepita come troppo sbilanciata a favore di quest’ultimo. La certezza del diritto, si argomenta, è un presupposto fondamentale per incentivare i proprietari a immettere o reimmettere i propri immobili sul mercato degli affitti a lungo termine, aumentando così l’offerta.
Tuttavia, per gli operatori che lavorano ogni giorno nel settore dell’emergenza abitativa, quella stessa riforma, pur nelle sue buone intenzioni dichiarate, rischia di avere l’effetto di un colpo di maglio su un vaso già crepato. Senza un parallelo e robusto potenziamento degli ammortizzatori sociali, del fondo per gli sfratti morosi e dell’edilizia residenziale pubblica, una procedura così celere potrebbe semplicemente tradursi in un aumento esponenziale di famiglie senza una dimora, spostando il problema dalle aule dei tribunali ai dormitori di emergenza o, nella peggiore delle ipotesi, ai marciapiedi delle città.
Parallelamente a questa battaglia, il governo ha aperto un secondo, distinto ma concettualmente collegato, fronte: quello delle locazioni turistiche brevi. Il disegno di legge di Bilancio per il 2026 contiene una misura chiara e dal forte significato politico: l’innalzamento della cedolare secca applicata a questo tipo di contratti dal 21% attuale al 26%. L’unica eccezione è prevista per gli affitti brevi gestiti direttamente dal proprietario, senza l’intermediazione di piattaforme o agenzie, che manterrebbero l’aliquota agevolata. Il messaggio lanciato da Palazzo Chigi è inequivocabile: si intende colpire la cosiddetta “rendita turistica”, ritenuta più lucrativa e speculativa, per rendere nuovamente appetibile la locazione a lungo termine, liberando in questo modo alloggi da destinare al mercato residenziale.
La logica sottostante appare, in superficie, ineccepibile. Tuttavia, la realtà del mercato immobiliare è notoriamente complessa e refrattaria a formule semplicistiche. In primo luogo, molti degli immobili che oggi sono destinati al turismo breve non sono strutturalmente o funzionalmente adatti a una locazione stabile. Si pensi a monolocali in centri storici ultra-turistici, a case vacanza in località di mare o di montagna utilizzate solo stagionalmente dalla stessa famiglia proprietaria: è improbabile che un aumento fiscale del 5% spingerebbe questi soggetti a convertirsi a contratti pluriennali. Il rischio concreto, paventato da molti osservatori, è un duplice effetto controproducente: da un lato, una fetta di questi immobili potrebbe semplicemente essere ritirata dal mercato e lasciata vuota, senza quindi alcun beneficio per l’offerta abitativa; dall’altro, come denunciato con forza da Aigab, l’Associazione Italiana Gestori Affitti Brevi, l’innalzamento della cedolare potrebbe spingere un numero significativo di proprietari verso il sommerso, optando per contratti in nero e eludendo del tutto il fisco. Un allarme, questo, che non proviene solo dalle categorie interessate, ma che è stato recentemente e autorevolmente ribadito anche dalla Corte dei Conti, la quale ha messo in guardia proprio sui potenziali effetti evasivi della manovra.
Nel frattempo, l’universo degli affitti brevi sta già vivendo una sua rivoluzione regolatoria. A partire dal 2025, infatti, è entrato a pieno regime un nuovo e più stringente quadro normativo: ogni appartamento utilizzato per locazioni brevi deve essere dotato di un Codice Identificativo Nazionale (CIN), essere registrato in un’apposita banca dati nazionale delle strutture ricettive e rispettare una serie di requisiti di sicurezza obbligatori, precedentemente non sempre richiesti. Chi non si adegua rischia sanzioni pecuniarie severissime, con multe che possono arrivare fino a diecimila euro. Da tempo il comparto turistico protesta, sostenendo che questo giro di vite, unito alla stretta fiscale, finirebbe per penalizzare soprattutto i piccoli proprietari, spesso famiglie che integrano il proprio reddito affittando un secondo immobile, mentre il fisco conta di incassare da questa operazione un gettito aggiuntivo stimato in oltre 100 milioni di euro.
Alla luce di questa duplice offensiva governativa, una domanda cruciale e inquietante rimane sospesa nell’aria, senza ancora una risposta chiara: dove andranno a finire le case che, in teoria, dovrebbero essere “liberate” da questa doppia stretta? L’aumento degli sfratti, se non accompagnato da politiche abitative di supporto, rischia di creare un esercito di nuovi senza-casa, mentre la tassazione sugli affitti brevi potrebbe non produrre gli alloggi sperati. Secondo voci autorevoli come quella di Confindustria, ciò di cui l’Italia avrebbe veramente bisogno non è solo una politica di “liberazione” dell’esistente, ma un vero e proprio Piano Casa nazionale, capace di generare nuova offerta abitativa a canoni accessibili e di contenere l’impennata dei prezzi che ormai ha reso insostenibile la vita in molte città. A Milano, così come a Modena, ormai un semplice bilocale di 60 metri quadri supera facilmente la soglia dei 1.100 euro mensili, una cifra che esclude automaticamente dal mercato una parte crescente della popolazione: giovani coppie, lavoratori dipendenti, studenti e persino una fetta significativa della middle class. In questo scenario, la doppia manovra del governo rischia di essere come curare una malattia grave con dei cerotti: può tamponare alcuni sintomi, ma senza una terapia d’urto che affronti le cause profonde – dalla stagnazione dei redditi alla carenza cronica di edilizia sociale – la crisi abitativa italiana è destinata a restare una ferita aperta nel corpo sociale della nazione.
