Con l’entrata in vigore del nuovo contratto collettivo nazionale del lavoro domestico, siglato lo scorso ottobre, si apre una fase di cambiamento significativa per un settore che coinvolge milioni di famiglie italiane e centinaia di migliaia di lavoratori. L’accordo, raggiunto dalle associazioni datoriali Fidaldo e Domina con i sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs e Federcolf, introduce importanti novità su tutele, formazione e previdenza, ma porta con sé un inevitabile riflesso economico. A partire dal primo gennaio 2026, infatti, scatteranno gli aggiornamenti retributivi che si tradurranno in un aumento in busta paga per colf, baby sitter e badanti, e di conseguenza in un incremento della spesa per le famiglie datrici di lavoro, con costi aggiuntivi che possono arrivare fino a 83 euro al mese. Un aumento necessario per riconoscere la dignità di un lavoro essenziale, ma che grava su bilanci familiari spesso già sotto pressione.
Il cuore del nuovo contratto è un incremento salariale complessivo di 100 euro lordi al mese, strutturato però su un arco temporale di tre anni per attenuarne l’impatto finanziario. Il percorso prevede un primo scatto di 40 euro a partire dal primo gennaio 2026, seguito da un aumento di 30 euro nel gennaio 2027. Il 2028 vedrà due incrementi: 15 euro a gennaio e altri 15 euro a settembre. A questo meccanismo si aggiunge un miglioramento nella perequazione automatica: la rivalutazione annuale dei minimi retributivi, legata all’indice di inflazione Istat, passerà dall’80% al 90% del dato rilevato a novembre 2025. Le associazioni di settore hanno espresso soddisfazione per un accordo definito «un riconoscimento sociale importante per un comparto essenziale», che segnerebbe un «risultato importante sul fronte normativo ed economico».
Tuttavia, la teoria contrattuale si scontra con la pratica dei bilanci domestici. I dati dipingono un quadro di costi sostanziali, specialmente per quelle famiglie che necessitano di un impegno assistenziale elevato. Prendiamo il caso, emblematico e frequente, di una badante convivente che lavora 54 ore a settimana. Per una famiglia, la spesa mensile salirà di circa 75 euro nel 2026 rispetto al 2025, per un aggravio annuo di circa 900 euro. Una cifra significativa, soprattutto se si considera che spesso il nucleo familiare che deve sostenere questa spesa è composto dagli stessi anziani assistiti, le cui pensioni faticano già a coprire i costi dell’assistenza a domicilio. Nel dettaglio, la retribuzione mensile per una badante in queste condizioni passerà da 1.060 euro nel 2025 a 1.117 euro nel 2026, a cui si aggiunge un lieve aumento del valore di vitto e alloggio, da 198 a 200 euro.
L’aumento coinvolge in modo rilevante anche le baby sitter. Per una collaboratrice di livello BS, l’inquadramento che comprende l’assistenza a persone autosufficienti (sia anziani che bambini), il minimo retributivo orario passerà dai 7,10 euro del 2025 a 7,46 euro nel 2026. Una famiglia che necessita di 40 ore settimanali di assistenza vedrà quindi salire la propria spesa di circa 83 euro al mese, che in un anno significa quasi mille euro in più (996 euro per la precisione).
Anche per una colf con un impegno di 25 ore settimanali (livello B) l’incremento è tangibile. La retribuzione minima oraria salirà da 6,68 a 7,02 euro, con un aumento della spesa familiare stimato in 53 euro mensili, ovvero 636 euro su base annua. È fondamentale precisare, come sottolineano le associazioni, che queste cifre si riferiscono ai minimi sindacali contrattuali. Se i compensi già corrisposti da una famiglia sono superiori a questi nuovi minimi, l’aumento potrebbe non avere effetto diretto sulla busta paga, ma essere assorbito nel cosiddetto “superminimo” individuale.
La scelta di dilazionare gli aumenti fino al 2028 non è casuale. «Il rinnovo del CCNL arriva dopo oltre due anni di trattative», ha spiegato il presidente di Assindatcolf, Andrea Zini, evidenziando la volontà di «ponderare le richieste dei sindacati e arrivare ad un accordo che avesse un impatto economico sulle famiglie il più possibile contenuto». La ripartizione degli aumenti in tre anni, con scatti progressivi, rappresenta quindi un tentativo di bilanciamento tra l’esigenza di migliorare le condizioni di un lavoro spesso sottovalutato e la sostenibilità economica per le famiglie, chiamate a farsi carico di costi che riflettono, in definitiva, la carenza di un welfare pubblico in grado di rispondere adeguatamente al bisogno di cura e assistenza di una popolazione che invecchia.
