Dante Paul Lacourte aveva sedici anni quando è morto, la mattina del 7 aprile, nell’appartamento della madre a Lower Nob Hill, San Francisco. È stata lei a trovarlo, dopo aver forzato la porta chiusa a chiave della sua camera. Le due dosi di Narcan che teneva pronte da tempo non sono bastate. Christina Lacourte era certa che la causa fosse il fentanyl, la sostanza che negli ultimi anni ha reso San Francisco uno degli epicentri della crisi degli oppioidi negli Stati Uniti. L’autopsia, però, non ha rilevato fentanyl, ma una sostanza fino ad allora sconosciuta agli uffici del medico legale cittadino: la ciclorfina.
Diciassette giorni dopo la morte del ragazzo, le autorità sanitarie di San Francisco hanno confermato pubblicamente la comparsa in città di un oppioide sintetico non riconducibile al fentanyl, stimato dieci volte più potente. Il caso di Dante è il primo decesso documentato a San Francisco collegato alla ciclorfina, nota anche come N-Propionitrile Chlorphine, ma la sostanza era già stata collegata a decessi in altri Stati americani e in Canada dall’anno precedente. Le strisce reattive comunemente usate per individuare il fentanyl non riconoscono la ciclorfina, e la sostanza risulta più difficile da contrastare con il naloxone, il farmaco d’elezione contro le overdose da oppiacei. Le autorità sanitarie cittadine hanno invitato la popolazione a tenere sempre con sé dosi di naloxone e a diffidare delle pillole contraffatte, che possono risultare letali anche in frazioni minime. Nelle scorse settimane la polizia di San Francisco ha annunciato l’arresto di quattro persone con accuse legate a droga e armi, ritenute collegate al decesso del sedicenne: nell’operazione sono state sequestrate oltre ventimila pillole contraffatte, spacciate per Xanax, ossicodone e altri oppiacei.
La ciclorfina appartiene a una classe di oppioidi nota come “orfine”, sviluppata negli anni Sessanta nei laboratori Janssen Pharmaceutica in Belgio dal farmacologo Paul Janssen, lo stesso che sintetizzò il fentanyl originale. La ricerca era orientata a trovare anestetici potenti per interventi chirurgici: ne nacque la bezitramide, testata clinicamente tra gli anni Settanta e Ottanta e commercializzata in Europa per il dolore cronico, poi ritirata dal mercato nel 2004 dopo una serie di overdose nei Paesi Bassi. Altre molecole della stessa famiglia, ciclorfina compresa, non superarono mai la fase di ricerca per l’eccessiva pericolosità, e sono rimaste per decenni confinate in articoli scientifici e brevetti mai sfruttati commercialmente. Secondo Keith Humphreys, professore di psichiatria a Stanford ed ex consigliere della Casa Bianca sulle politiche antidroga, la sintesi di queste sostanze fu pubblicata su riviste accademiche decenni fa ed è oggi liberamente reperibile online: chi produce ciclorfina non deve quindi sviluppare una nuova molecola, ma recuperare un vecchio brevetto Janssen mai commercializzato. Gli esperti di politiche antidroga ritengono che la produzione avvenga in laboratori clandestini in Cina, e che il ricorso a queste sostanze sia un tentativo di chimici e organizzazioni di narcotraffico internazionale di sfuggire ai controlli su famiglie di oppioidi già vietate. Va precisato che produzione e vendita di queste sostanze restano illegali in ogni fase: negli Stati Uniti, il Federal Analogue Act tratta come illecita qualsiasi sostanza sostanzialmente simile, per struttura chimica ed effetti, a una droga già controllata, anche quando il suo nome specifico non compare ancora in alcuna lista ufficiale. Ciò che i produttori sfruttano non è quindi un vuoto normativo, ma il ritardo tra la comparsa di una nuova sostanza sul mercato e la capacità di laboratori e autorità sanitarie di riconoscerla: finché un composto non viene nominato esplicitamente nei protocolli di controllo, resta invisibile ai test tossicologici standard e può circolare più a lungo prima di essere identificato.
Questo schema si ripete con regolarità nel mercato degli oppioidi sintetici. Quando un governo pone sotto controllo una famiglia di sostanze, i produttori clandestini si spostano verso una struttura chimica meno familiare a regolatori, laboratori forensi e forze dell’ordine. Dopo che la Cina ha sottoposto a controllo generico gli analoghi dei nitazeni nel luglio 2025, i laboratori forensi statunitensi hanno registrato un calo della loro presenza nei casi di overdose e, in parallelo, un aumento delle orfine, trainato in larga parte proprio dalla ciclorfina. L’identificazione di queste nuove sostanze avviene generalmente a posteriori: quando i sintomi di un’overdose non corrispondono a nessuna delle sostanze rilevate dai pannelli tossicologici standard, i campioni vengono sottoposti ad analisi più approfondite, in grado di ricostruire la struttura chimica di molecole non ancora catalogate. Negli Stati Uniti esiste un sistema di allerta precoce dedicato proprio a questo compito, il programma NPS Discovery del Center for Forensic Science Research and Education, che condivide con laboratori e medici legali le indicazioni per riconoscere le nuove sostanze via via identificate. È un lavoro che arriva quasi sempre dopo i primi decessi, non prima: il caso di Dante Lacourte, a San Francisco, ne è l’esempio più recente.
