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Wta in crisi, Rybakina nuova numero uno. Si riuscirà a salvare il tennis femminile?

La Wta ha un problema che non è Rybakina. Il problema è la Wta stessa. L’associazione che governa il tennis femminile mondiale ha i conti in rosso e un futuro incerto. Le proiezioni parlano di bilancio in perdita entro il 2027. Il contratto con il fondo Cvc scade tra un anno e porterà via trenta milioni di entrate annuali. L’accordo con Riad per le Finals è saltato prima del termine, dopo che l’associazione aveva accettato i soldi sauditi e rifiutato quelli cinesi. Risultato: l’evento di fine anno si giocherà a Indian Wells grazie all’ospitalità di Larry Ellison, con un montepremi tagliato di almeno un terzo.

In questo scenario, la nuova numero uno del mondo è Elena Rybakina. Ha vinto l’Open Usa, il suo terzo titolo del Grande Slam dopo Wimbledon 2022 e l’Australian Open 2026. Ha scalzato Aryna Sabalenka dopo centoquattro settimane di regno, novantasei consecutive. Ma il modo in cui ha vinto a New York racconta molto: più che felice, è sembrata sollevata. A Cincinnati si era ritirata nei quarti per un problema alla caviglia sinistra, con il sospetto di una rottura del tendine d’Achille. Non credeva di poter giocare, figurarsi vincere.

Il punto è che la Wta avrebbe bisogno di una campionessa capace di attirare pubblico, sponsor, televisioni. E Rybakina non è quella campionessa. Non nel senso mediatico del termine. Ha la stessa espressione quando vince e quando perde. Gli americani la chiamano poker face. È legittimo, per carità, ma non vende. La sua storia personale non manca di spunti: nata a Mosca, padre produttore tv, madre manager edile, pattinaggio abbandonato perché troppo alta, passaporto kazako ottenuto dopo un’offerta economica, passione per le auto, sogno del paracadute. Ma la timidezza e un inglese incerto la tengono lontana dal grande pubblico.

Il confronto con Sabalenka è brutale. La bielorussa balla, canta, rompe racchette, racconta la depressione che ha attraversato, mostra l’anello di fidanzamento dell’imprenditore brasiliano Georgios Frangulis. A New York una racchetta rotta le è costata settemilacinquecento dollari. È un personaggio totale. Piace ai media, agli sponsor, ai tornei. Non alle ucraine, che non le stringono la mano dalla guerra. Ma l’attenzione che porta è ossigeno per un circuito in crisi.

Rybakina è l’opposto. E la Wta si trova con una numero uno che non sa vendere il prodotto tennis. Il paradosso è che servirebbe una Gauff, una Andreeva, una Swiatek. La Wta aspetta la crescita di Iva Jovic, diciottenne americana, e Alexandra Eala, ventunenne filippina di Quezon City. A New York si sono affrontate nei quarti. È la rivalità del futuro, e apre un mercato da cinquecento milioni di persone. Molto più interessante di Astana.

La domanda è semplice: può una campionessa che parla poco salvare un circuito che ha bisogno di attenzione? Forse sì, forse no. Di certo c’è che la Wta non può aspettare. Il tempo stringe. La palla è nel campo di Rybakina. E stavolta non basta vincere. Bisogna anche raccontarsi. Il tennis femminile ha bisogno di una leader carismatica, capace di parlare al pubblico, di attirare sponsor, di riempire gli stadi. Rybakina ha il gioco, ha i titoli, ma non ha il carisma. Almeno non quello che serve per vendere un prodotto in crisi. La Wta le chiede di trasformarsi, di diventare il volto del tennis femminile, di raccontare una storia che non sia solo risultati. Ma lei non sembra interessata. A ventisette anni, la sua priorità è rimanere in salute, ha detto. Monotona. Fredda. Come sempre.

E allora la domanda diventa un’altra: è giusto chiedere a una sportiva di essere qualcosa che non è? Forse no. Forse la Wta dovrebbe trovare un altro modo per salvarsi, senza scaricare tutto sulle spalle della nuova numero uno. Ma il tempo stringe, e le alternative scarseggiano. Jovic e Eala sono giovani, hanno bisogno di crescere. Gauff e Swiatek hanno già il loro pubblico, ma non sono numero uno. La Wta ha un problema di leadership, e la leader in carica non ha le caratteristiche per guidare. È un paradosso che rischia di trasformarsi in una condanna. Per il circuito, per Rybakina, per tutte le tenniste che verranno dopo di lei. Il tennis femminile è a un bivio. Da una parte c’è la possibilità di rilanciarsi con una nuova generazione di campionesse capaci di emozionare. Dall’altra c’è il rischio di un declino lento e inesorabile.

Rybakina è il presente, ma non è il futuro. Il futuro sono Jovic, Eala, Andreeva. Il presente è un ponte tra due epoche. E la Wta deve decidere come attraversarlo. Con o senza Rybakina. Con o senza il suo silenzio. La partita è aperta. E il tempo non è un alleato. La palla è nel campo di Elena. Ma il campo è della Wta. E la Wta non può permettersi di sbagliare. Perché il tennis femminile ha bisogno di una storia da raccontare. E quella storia deve ancora iniziare.

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