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Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri: la K della disuguaglianza si allarga

Il mercato globale dei beni di lusso ha toccato quota 1.500 miliardi di euro nel 2025, in crescita del 12% rispetto all’anno precedente. Yacht, gioielli, orologi, supercar, biglietti per eventi sportivi esclusivi, cene in ristoranti stellati, case d’asta. Un posto in prima fila per la finale di Nba supera i centomila dollari. L’ormeggio di un mega-yacht a Montecarlo nel weekend del Gran Premio raggiunge i cinquecentomila dollari al giorno. Una seduta riservata a Wimbledon per cinque anni costa mezzo milione di dollari. L’industria del lusso non è mai stata così florida. I brand più prestigiosi faticano a tenere il passo con la domanda, le liste d’attesa si allungano, i prezzi salgono e i clienti continuano a spendere senza esitazione.

Nello stesso periodo, le organizzazioni internazionali lanciano allarmi sempre più preoccupanti. Il Fondo Monetario Internazionale mette in guardia: l’economia globale rischia di deragliare. L’Agenzia Internazionale per l’Energia definisce quella in corso la peggior crisi energetica della storia. Il World Trade Organization parla di un sistema commerciale globale vicino al punto di rottura. La contraddizione è evidente: da un lato, il lusso che corre; dall’altro, un’economia che arranca.

Questa contraddizione si spiega guardando alla distribuzione della ricchezza. Gli ultimi anni hanno prodotto una polarizzazione senza precedenti tra chi possiede capitali e chi vive solo del proprio lavoro. Gli economisti descrivono questo fenomeno con il modello della ripresa a forma di K: la gamba superiore rappresenta i redditi da capitale, quella inferiore i redditi da lavoro. I primi sono cresciuti in modo esponenziale, alimentati da un mercato finanziario che ha registrato rendimenti da record. I secondi sono rimasti stagnanti, erosi dall’inflazione e da una crescita salariale che non tiene il passo con il costo della vita.

Negli Stati Uniti, il Paese dove questa dinamica è più evidente, i numeri parlano chiaro. La quota del lavoro sul Pil ha toccato il punto più basso dal 1947. Nel 2025, i lavoratori americani hanno ricevuto solo il 53,8% della ricchezza prodotta sul territorio nazionale. Il resto è finito nelle tasche di chi possiede il capitale. Un dato che spiega perché, nonostante la crescita economica sia stata fiacca, le Borse abbiano continuato a salire. L’indice MSCI Global ha generato un rendimento del 160% dal marzo 2020.

Questa corsa dei mercati ha arricchito soprattutto chi già era ricco. Nel 2025 sono comparsi nel mondo due milioni di nuovi milionari, portando il totale a 25,3 milioni. La loro ricchezza complessiva ha superato i centomila miliardi di dollari. Ma anche all’interno di questa élite si sono create nuove disuguaglianze. Il numero di miliardari è aumentato del 13,1% in un solo anno, toccando quota 3.302 individui. Le fortune più grandi sono cresciute più di quelle medie, concentrando ulteriormente la ricchezza nelle mani di pochi.

Negli Stati Uniti, lo 0,1% della popolazione detiene oggi il 14,4% della ricchezza nazionale, mentre il 50% più povero ne possiede solo il 2,7%. In Italia, il quadro è meno estremo ma altrettanto preoccupante. Secondo la Banca d’Italia, il 10% delle famiglie più ricche detiene il 60,6% della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente possiede solo il 7,2%. Il divario si è ampliato negli ultimi anni, spinto dalla diversa composizione dei portafogli: le famiglie più povere detengono quasi esclusivamente la casa e i depositi bancari; quelle più ricche hanno investito in azioni, obbligazioni e fondi di investimento, che negli ultimi anni hanno reso molto di più.

La crisi energetica scoppiata dopo l’invasione russa dell’Ucraina ha ulteriormente accentuato questa dinamica. L’aumento dei prezzi di gas e petrolio ha gonfiato i profitti delle compagnie energetiche, che hanno redistribuito una parte consistente di questi utili ai loro azionisti. Le compagnie petrolifere americane hanno distribuito circa la metà dei loro profitti straordinari attraverso dividendi e riacquisti di azioni. In pratica, il denaro che le famiglie hanno speso in più per le bollette è finito nelle tasche degli investitori, per lo più già ricchi.

L’arrivo dell’intelligenza artificiale promette di accelerare ulteriormente questa tendenza. Le aziende che adottano l’AI possono produrre gli stessi beni e servizi con meno lavoratori. A maggio, le imprese americane hanno annunciato 97mila licenziamenti, il numero più alto dal 2020. Nel 40% dei casi, la ragione addotta è stata l’adozione dell’intelligenza artificiale. I tagli colpiscono soprattutto i lavoratori meno qualificati, quelli che già fanno più fatica a difendere il proprio reddito.

Contemporaneamente, i sindacati hanno perso peso. Negli Stati Uniti, gli iscritti sono scesi al minimo storico del 10%. In Italia, la quota è in calo da anni, anche se i dati sono meno precisi. Senza una rappresentanza forte, i lavoratori hanno meno strumenti per difendere i propri salari e per ottenere garanzie in una fase di cambiamento tecnologico così rapido. Qualche segnale di resistenza c’è stato, come lo sciopero dei dipendenti Hyundai contro l’arrivo dei robot in fabbrica, ma si tratta di episodi isolati che non sembrano in grado di invertire la tendenza.

L’effetto di questa polarizzazione è visibile anche all’interno della stessa forza lavoro. Le aziende tecnologiche che producono chip stanno vivendo un momento di domanda eccezionale e hanno concesso bonus straordinari ai loro dipendenti per evitare che se ne vadano. Samsung e Sk Hynix hanno pagato fino a 400mila dollari ai loro tecnici specializzati, suscitando le proteste degli altri lavoratori, che si sentono esclusi dai frutti dell’AI. La banca centrale sudcoreana ha registrato un aumento delle spese nei negozi di lusso vicino agli impianti, dove i beneficiari dei bonus acquistano borse, orologi e gioielli.

In Italia, il fenomeno assume contorni particolari. La scarsa educazione finanziaria e una diffidenza culturale verso gli investimenti hanno limitato la partecipazione delle famiglie italiane ai mercati azionari. Le famiglie meno abbienti detengono oltre il 90% delle loro attività in abitazioni e depositi, mentre quelle più ricche hanno un portafoglio più diversificato. Questo significa che l’Italia sta vivendo la stessa polarizzazione degli Stati Uniti, ma con un ritardo e con caratteristiche diverse. Il divario si sta ampliando, ma la classe media italiana, già più povera di quella di altri Paesi europei, rischia di essere schiacciata tra l’aumento del costo della vita e la stagnazione dei salari.

Le aziende che producono beni per il consumo di massa, come Unilever e Nestlé, stanno scoprendo di aver perso una parte significativa dei loro clienti tradizionali e di non riuscire a rimpiazzarli con quelli più ricchi. I loro titoli in Borsa sono stati penalizzati, perché gli investitori temono che la riduzione dei volumi di vendita non possa essere compensata da un ulteriore aumento dei prezzi. Un rompicapo che non ha una soluzione facile: abbassare i prezzi significa ridurre i margini; mantenerli alti significa perdere quote di mercato.

La frattura tra chi guadagna dal capitale e chi vive del lavoro non è più solo un dato economico. È diventata la struttura portante del nostro tempo. Mentre il lusso celebra i suoi record, milioni di persone faticano ad arrivare a fine mese. Le due realtà convivono, ma non si parlano. E non è chiaro quanto ancora possa durare questa convivenza. Perché quando il divario diventa troppo ampio, la stabilità sociale comincia a incrinarsi. E allora, forse, anche il lusso dovrà fare i conti con quello che ha contribuito a creare.

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