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Quando anche un abbraccio diventa a pagamento

Un gesto universale, un momento di affetto semplice e umano, si è trasformato in una voce di bilancio. Nella patria del pragmatismo, il Regno Unito, dire buon viaggio a un familiare o a un amico prima di un volo ha ora un prezzo preciso. Non più il rombo gratuito delle gomme sull’asfalto di avvicinamento, non più la rapida fermata a bordo strada per un ultimo saluto frettoloso ma carico di significato. Dagli scali britannici, da quest’anno, l’abbraccio di commiato ha una tariffa, e non è affatto simbolica.

Prendete l’aeroporto di London City, incastonato nel cuore finanziario della capitale. Accompagnare una persona cara fino al terminal e concedersi quei pochi secondi di intimità prima della partenza costa ora 8 sterline, poco più di 9 euro, per una permanenza massima di cinque minuti. Ogni minuto in più costa un’altra sterlina, ma il conto sale comunque fino a un tetto di 13 sterline se ci si attarda oltre i 10 minuti totali. Solo fino al 31 dicembre scorso, quel gesto era gratuito. La stessa operazione a Heathrow, lo scalo più trafficato d’Europa, richiede 7 sterline. A Bristol, aeroporto regionale, si pagano 8 sterline e 50 centesimi. È la nuova “drop-off fee”, la tassa per il saluto, introdotta o notevolmente aumentata dal primo gennaio in quasi tutti gli aeroporti della nazione.

Secondo un’analisi condotta sui duemila principali aeroporti mondiali, questa pratica rende il Regno Unito un caso unico al mondo. Mentre negli scali di Europa, Americhe e Asia è ancora possibile accompagnare o accogliere qualcuno davanti al terminal senza aprire il portafoglio, nel paese di Sua Maestà questo gesto d’affetto è diventato un servizio con una sua specifica tariffa. Le giustificazioni ufficiali offerte dalle società di gestione ruotano attorno a nobili principi: ridurre il traffico veicolare privato, spingere verso un maggiore utilizzo dei mezzi pubblici, abbattere le emissioni inquinanti e, con i ricavi, migliorare i servizi aeroportuali. Una retorica verde ed efficientista che, però, suona come un eco lontano per chi si trova a dover pagare per una cosa prima considerata naturale.

Dietro la cortina fumogena della sostenibilità, gli addetti ai lavori e gli analisti del settore vedono una motivazione molto più terrena e finanziaria. Gli aeroporti britannici stanno azionando quella che Clive Wratten, amministratore delegato della Business Travel Association, ha definito senza mezzi termini “la leva di ricavo più facile”. I ricavi tradizionali del settore, quelli legati all’attività di volo stessa, sono spesso rigidamente regolamentati dalle autorità nazionali e offrono margini limitati. Al contrario, le cosiddette “entrate non aereonautici” – dai parcheggi, ai negozi, alle tariffe di accesso – sono un terreno di guadagno molto più flessibile e redditizio. La “drop-off fee” si inserisce perfettamente in questa strategia: un costo quasi ineludibile per una fetta significativa di utenti, applicato su un servizio base e ad alto volume. Le stime per il 2026 parlano di un fiume di denaro che sfiorerà i 150 milioni di sterline, circa 173 milioni di euro, provenienti solo da chi accompagna i passeggeri. Se si includessero anche quelli all’atterraggio, la cifra quasi raddoppierebbe.

L’evoluzione dei costi a Gatwick, il secondo aeroporto del paese, è la cartina di tornasole di questa tendenza. Nel 2021 la tariffa era di 5 sterline. È salita a 6 nel 2024, a 7 nel 2025, per schizzare a 10 sterline nel 2026: un aumento del 43% in un solo anno. Una portavoce dell’aeroporto ha giustificato il balzo citando costi operativi in aumento e il raddoppio delle tariffe commerciali imposte localmente, ribadendo l’intento di favorire i trasporti pubblici. Tuttavia, molti servizi di spostamento sono limitati specialmente nelle prime ore del mattino o verso destinazioni periferiche e questa cosa svuota in parte questa giustificazione. Per molti viaggiatori business o famiglie numerose con bagagli, l’auto privata non è un capriccio, ma l’unica opzione praticabile.

Il governo britannico, pur avvertendo che gli aeroporti devono rispettare la normativa a tutela dei consumatori e giustificare le tariffe, non sembra intenzionato a intervenire per cancellare questa tassa. Il fenomeno resta quindi confinato alle isole britanniche. Oltremanica e oltreoceano, il modello è diametralmente opposto. Negli aeroporti italiani, come Roma Fiumicino o Milano Malpensa e Linate, esistono aree “Kiss&Go” dedicate, che concedono fino a 15 minuti gratuiti per saluti e accoglienza. Lo stesso avviene nella stragrande maggioranza degli scali internazionali, da Francoforte a Singapore, da Dubai a New York, dove la logica è ancora quella di facilitare l’accesso al terminal, non di monetizzarlo.

Esperti dell’Istituto per i Trasporti della Iowa State University, analizzando il fenomeno, hanno osservato che una misura del genere potrebbe teoricamente essere esportata negli Stati Uniti, ma sarebbe estremamente impopolare e scatenerebbe feroci contestazioni. In un’epoca in cui l’esperienza del viaggiatore è già costellata di costi aggiuntivi e micro-transazioni, la tassa sull’abbraccio rappresenta forse l’ultima frontiera della monetizzazione dello spazio e dei gesti quotidiani. Trasforma un momento di emotività in una transazione, l’affetto in una tariffa. Mentre il resto del mondo continua ad abbracciarsi e salutarsi gratis davanti ai terminal, nel Regno Unito il costo di un arrivederci è ormai stabilito dai listini aeroportuali. E, stando alle tendenze, è destinato a salire.

Christian Palmieri

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