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In Alaska il secondo tsunami più alto di sempre e nessuno se n’è accorto

Il Giappone è una terra abituata a convivere con il terremoto e con il mare che si ritira e poi torna con violenza. La parola “tsunami” viene proprio da lì: “tsu” significa baia, “nami” significa onda. L’arcipelago nipponico si trova all’incrocio di quattro placche tettoniche, una posizione che lo rende una delle zone sismiche più attive del mondo. Uno degli tsunami più famosi e distruttivi della storia è stato quello di Fukushima nel 2011. Un terremoto di magnitudo 9.0-9.1, il più forte mai registrato in Giappone, generò onde alte quattordici-quindici metri che distrussero la centrale nucleare, provocarono oltre ventimila morti e dispersi e danni per 360 miliardi di dollari.

Ma esiste uno tsunami ancora più impressionante, verificato nemmeno un anno fa. Non nel Pacifico, ma nell’Alaska più remota. Non in mare aperto, ma dentro un fiordo stretto e profondo, dove l’acqua non ha spazio per sfogarsi e si alza verso il cielo. Il 10 agosto 2025, alle 5:26 del mattino, nel fiordo di Tracy Arm, a circa ottanta chilometri da Juneau, la capitale dell’Alaska, una montagna ha ceduto. Una frana di roccia e ghiaccio di dimensioni incredibili si è staccata da un’altezza di mille metri ed è precipitata in acqua. Quasi 83 milioni di metri cubi di materiale sono crollati in circa un minuto. Per capire la scala del disastro, basti pensare che quel volume equivale a ventiquattro volte la Grande Piramide di Giza. La violenza del crollo è stata tale che i sismografi di tutto il mondo ne hanno registrato le vibrazioni.

L’onda che ne è seguita ha raggiunto un’altezza di 481 metri. Una volta e mezza la Torre Eiffel. Ha spazzato via la vegetazione dalle pareti rocciose del fiordo per quasi quaranta chilometri, lasciando cicatrici impressionanti ancora visibili. I ricercatori hanno potuto misurare l’altezza dell’onda proprio osservando i punti in cui gli alberi erano stati strappati via. L’acqua si è propagata per oltre un chilometro a quell’altezza mostruosa, chiusa tra due pareti rocciose altissime che non le lasciavano altro spazio che salire. La zona di Tracy Arm, mai classificata come pericolosa, è frequentata da crociere turistiche, campeggiatori, amanti della natura e soprattutto da canoisti. Miracolosamente, non sono stati segnalati feriti. Un evento di questa portata, con una frana simile, sarebbe potuto finire in tragedia se fosse accaduto in un momento diverso, magari con una nave da crociera in transito.

La causa di tutto questo è il cambiamento climatico. L’aumento delle temperature ha accelerato il ritiro del ghiacciaio che sosteneva la montagna. Il ghiaccio si è ritirato di cinquecento metri in poche settimane, lasciando la roccia senza supporto. La montagna, improvvisamente libera, è crollata in acqua. Non è un caso isolato. Il riscaldamento globale sta destabilizzando interi ecosistemi montani, e fenomeni come questo sono destinati a ripetersi con sempre maggiore frequenza.

Non è la prima volta che l’Alaska assiste a una catastrofe simile. A circa 350 chilometri di distanza, nel 1958, nella baia di Lituya, un altro fiordo della costa sud-orientale, una frana generò lo tsunami più alto mai registrato dalla scienza: 524 metri. Le tracce di quell’onda catastrofica sono ancora visibili dallo spazio a più di sessant’anni di distanza. In confronto, l’onda che nel 1963 provocò il disastro della diga del Vajont, in Italia, con i suoi 250 metri, si posiziona al quarto posto nella classifica delle onde più alte mai registrate.

L’onda di Tracy Arm è la seconda più alta della storia. E arriva in un momento in cui il pianeta sta cambiando più velocemente di quanto siamo in grado di prevedere. Le montagne che cadono, i ghiacciai che si ritirano, i mari che si alzano. Non sono più scenari da film catastrofico. Sono la realtà. E il 10 agosto 2025, per poche ore, il mondo ha guardato l’Alaska e ha visto il futuro. Per fortuna, quel giorno, nessuno è morto. Ma non possiamo contare sempre sulla fortuna. La prossima volta, la montagna potrebbe cadere dove ci sono persone. E l’onda, questa sconosciuta, tornerebbe a fare paura, come a Fukushima, come a Lituya, come sempre.

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