Dal 7 ottobre 2023 a oggi: un bilancio di morti, ostaggi e tregue fragili, e una domanda su cosa significhi essere responsabili.
Il 7 ottobre 2023 circa 1.200 persone furono uccise nel sud di Israele e 251 vennero rapite e portate a Gaza, secondo le autorità israeliane. Da quel giorno, le autorità sanitarie della Striscia hanno registrato oltre 74.000 palestinesi uccisi e più di 175.000 feriti. Il bilancio, che continua ad aggiornarsi, non è considerato definitivo anche per la presenza di persone disperse sotto le macerie. Israele ha a lungo contestato quelle cifre, mentre diverse organizzazioni internazionali le hanno utilizzate come riferimento, pur sottolineando i limiti inevitabili della raccolta dati in condizioni di guerra.
Dal 10 ottobre 2025 è in vigore un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, ma la tregua non ha posto fine alle violenze. Gli attacchi israeliani sono proseguiti e, secondo le autorità sanitarie palestinesi, oltre 1.400 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio del cessate il fuoco. Nello stesso periodo, secondo l’esercito israeliano, sono morti cinque soldati israeliani. Gli ultimi ostaggi ancora vivi sono stati liberati nell’ottobre 2025 e oggi non risultano più ostaggi a Gaza.
Davanti a numeri di questa natura, la reazione più immediata è chiedersi di chi sia la colpa. È una domanda comprensibile, forse inevitabile. Ma è anche una domanda che, posta troppo in fretta, rischia di smettere di produrre comprensione e di servire soprattutto a rassicurare chi la pone.
Perché cerchiamo un colpevole? Per una ragione semplice: una colpa assegnata ordina il caos. Trasforma una vicenda con decenni di storia, centinaia di attori e migliaia di decisioni in un racconto con un buono e un cattivo, e ci permette di sapere da che parte stare. Sui social questo meccanismo viene amplificato: le posizioni si irrigidiscono, ogni sfumatura viene letta come una concessione al nemico, e riconoscere il dolore di una parte sembra sottrarre qualcosa al dolore dell’altra. Si crea così una contabilità del lutto, in cui ogni morto viene pesato in base a chi lo piange e a che cosa serve a dimostrare.
Eppure la distinzione tra colpa e responsabilità, che il linguaggio comune tende a fondere, è il punto da cui conviene partire. La colpa è un giudizio su un atto preciso e su chi lo ha commesso. La responsabilità è un concetto più ampio: riguarda ciò che si poteva fare, ciò che si è scelto di non fare, e ciò che ci si porta dietro quando le conseguenze arrivano. Si può essere responsabili senza essere colpevoli di un singolo crimine, e il contrario è molto più raro di quanto vorremmo.
Cominciamo dalle responsabilità dirette, quelle che si possono documentare atto per atto. Il 7 ottobre un’organizzazione armata, Hamas insieme ad altri gruppi palestinesi, ha attaccato località civili nel sud di Israele, uccidendo persone e prendendo ostaggi, molti dei quali civili. La Corte penale internazionale ha emesso nel novembre 2024 un mandato d’arresto per Mohammed Diab Ibrahim al-Masri, noto come Mohammed Deif, allora comandante dell’ala militare di Hamas, per accuse relative a crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, presa di ostaggi e violenze sessuali. Dopo la notifica della sua morte, la Corte ha chiuso formalmente il procedimento nei suoi confronti nel febbraio 2025.
La detenzione degli ostaggi, tra cui civili, anziani e bambini, costituisce una grave violazione del diritto internazionale umanitario. Gli ultimi ostaggi ancora vivi sono stati liberati nell’ottobre 2025, nell’ambito della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco.
Sull’altro versante, la conduzione della guerra a Gaza ha provocato un numero di vittime civili che le Nazioni Unite e molte organizzazioni umanitarie hanno definito devastante, con distruzioni su larga scala, sfollamenti di massa e una crisi alimentare estrema, arrivata a configurare condizioni di carestia in alcune aree. Israele sostiene di agire in autodifesa e accusa Hamas di operare tra la popolazione civile e di utilizzare infrastrutture civili per scopi militari.
Sul piano giudiziario internazionale, nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, ritenendo esistenti ragionevoli motivi per considerarli penalmente responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui la fame come metodo di guerra, omicidio, persecuzione e altri atti inumani. I mandati sono contestati da Israele, che respinge le accuse e la giurisdizione della Corte. Non si tratta, tuttavia, di condanne definitive.
Una commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso nel settembre 2025 che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso quattro delle cinque condotte previste dalla Convenzione sul genocidio e che, sulla base delle proprie indagini, Israele è responsabile del crimine di genocidio a Gaza. Israele ha respinto con forza la conclusione della Commissione. È importante precisare che si tratta delle conclusioni di una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e non di una sentenza della Corte internazionale di giustizia: il procedimento sul genocidio avviato dal Sudafrica davanti alla ICJ è un procedimento distinto.
C’è poi la questione dell’occupazione. Nel 2024 la Corte internazionale di giustizia, in un parere consultivo, ha stabilito che la presenza continuativa di Israele nel territorio palestinese occupato è illegale e ha chiesto di porvi fine il più rapidamente possibile, oltre a chiedere la cessazione delle nuove attività di insediamento. Israele contesta quella lettura, richiamando ragioni di sicurezza e la storia di rifiuti, guerre e attentati che ha segnato quei decenni. Il parere della Corte non equivale a una sentenza definitiva sulla responsabilità penale di singoli individui, ma rappresenta una valutazione giuridica autorevole sullo status dell’occupazione.
Fin qui, le responsabilità che hanno un nome e un indirizzo. Ma ridurre tutto a questo significherebbe tradire la domanda di partenza, perché la storia di questo conflitto è anche una storia di responsabilità diffuse.
I negoziati falliti a Camp David nel 2000, il processo di Oslo svuotato dai suoi stessi limiti, le leadership di entrambe le parti che hanno spesso preferito la sopravvivenza politica al compromesso. Gli insediamenti che si sono espansi mentre si trattava, gli attentati che hanno minato la fiducia, la divisione palestinese tra Fatah e Hamas, il blocco di Gaza dal 2007. E ancora: gli attori esterni che hanno fornito armi, coperture diplomatiche e finanziamenti, spesso in funzione dei propri interessi regionali; i mediatori arrivati tardi o con poca convinzione; un Consiglio di sicurezza dell’ONU spesso paralizzato dai veti incrociati.
Nel novembre 2025 il Consiglio di sicurezza ha approvato la risoluzione 2803, che ha sostenuto il piano statunitense in venti punti per Gaza, istituito un Board of Peace e autorizzato una forza internazionale temporanea di stabilizzazione. Ma, a quasi un anno dall’accordo, alcuni degli elementi centrali del piano restano largamente incompiuti: il disarmo di Hamas, il ritiro israeliano, la ricostruzione e l’entrata pienamente operativa della forza internazionale.
A questo punto la domanda cambia peso. Se le responsabilità sono molte, e alcune gravissime, chi sta dietro al plurale “noi” del titolo? Non è un’astrazione retorica. Sono i governi che hanno scelto cosa dire e cosa tacere, ma sono anche i cittadini, le opinioni pubbliche, chi legge e condivide. E su questo piano è utile un po’ di onestà.
Il primo rischio è l’indignazione selettiva: la capacità di commuoversi intensamente per alcune vittime e di restare indifferenti, o infastiditi, davanti ad altre. Chi si indigna solo per gli israeliani uccisi il 7 ottobre, e chi si indigna solo per i palestinesi uccisi a Gaza, condivide in fondo lo stesso meccanismo: stabilisce chi merita compassione prima ancora di guardare i fatti. Un lutto che dipende dall’appartenenza non è un lutto, è una scelta di campo.
Il secondo è la disumanizzazione dell’altro, che avviene in modi diversi e più sottili di quanto sembri. Si riduce un popolo a una sigla, a un governo, a un’organizzazione armata, e così le persone scompaiono dietro le categorie. Accade in Israele, dove i palestinesi di Gaza vengono troppo spesso identificati con Hamas. Accade in Palestina e nel mondo arabo, dove gli israeliani vengono identificati con il governo o con l’esercito. Accade, quasi ogni giorno, nel dibattito pubblico europeo, dove le sfumature non producono clic.
Il terzo è l’abitudine. Una guerra che dura più di tre anni smette di fare notizia, e una tregua fragile diventa un motivo per distogliere lo sguardo. Eppure è proprio in questa fase, quando l’attenzione cala, che si decidono questioni come la governance di Gaza, il destino degli sfollati, la possibilità di una soluzione politica. Anche la distrazione è una forma di responsabilità.
Nessuna di queste considerazioni significa mettere tutto sullo stesso piano. Dire che le responsabilità sono molteplici non equivale a dire che siano uguali, né a rinunciare a nominare chi ha commesso atti specifici, né ad attendere le sentenze per indignarsi di fronte alle immagini. Significa piuttosto tenere insieme due esigenze che sembrano in contrasto: la precisione sui fatti e la larghezza dello sguardo. Il giudizio definitivo sulle responsabilità penali spetta alle sedi giudiziarie competenti e, per molti degli episodi contestati, i procedimenti sono ancora in corso.
Cosa resta, allora, della domanda? Probabilmente un cambio di verbo. Chiedersi verso chi puntiamo il dito significa guardare indietro e sempre alla ricerca di un nome. Chiedersi che cosa possiamo fare, e che cosa abbiamo smesso di fare, significa guardare avanti. Non è un modo di eludere la questione della colpa, che andrà accertata nelle sedi opportune, ma di non farne l’unica domanda.
Il 7 ottobre, come dice la grafica che accompagna questo pezzo, è uno spartiacque, non l’inizio della storia. Forse nemmeno la fine dei nostri conti con essa. E se il dito continua a cercare un bersaglio, vale la pena chiedersi che cosa stia nascondendo la mano che lo tiene alzato.
