Il 22 maggio 2026, migliaia di persone si radunano davanti all’ambasciata statunitense all’Avana. In prima fila ci sono il presidente Miguel Díaz-Canel e il premier Manuel Marrero Cruz. La location non è casuale: la Tribuna Anti-imperialista José Martí, quella con la stella sul pavimento puntata verso la sede diplomatica americana, inaugurata nel 2000 durante la vicenda di Elián González. Il pretesto è l’incriminazione federale di Raúl Castro per il caso Brothers to the Rescue del 1996. Il messaggio, però, è diretto alla piazza interna: il nemico non siamo noi, è Washington.
Ma mentre il regime organizza la sua risposta simbolica agli Stati Uniti, a pochi chilometri di distanza — e in tutta l’isola — un’altra piazza racconta una storia diversa. Da settimane, nei quartieri di La Lisa, Guanabacoa, Boyeros, la gente scende in strada di notte e batte pentole sui tetti. Non per una rivoluzione. Per la luce. Per l’acqua. Per un pezzo di pane che non si deteriori nel frigo spento.
Cuba sta vivendo la sua crisi più profonda da decenni. I blackout durano fino a ventidue ore al giorno. Il ministro dell’Energia ha dichiarato pubblicamente che l’isola è rimasta senza riserve di carburante, senza diesel, senza combustibile. “L’unica cosa che abbiamo”, ha detto, “è il gas dei nostri pozzi.” Gli ospedali lavorano in emergenza. Il turismo — già in calo del diciotto, venti per cento nel 2025 rispetto all’anno precedente — ha smesso di essere un’ancora di salvataggio. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha lanciato l’allarme: il collasso totale potrebbe essere imminente.
Per capire come si è arrivati a questo punto, bisogna resistere alla tentazione della spiegazione semplice. Sarebbe comodo dire che è colpa di Trump. Sarebbe altrettanto comodo dire che è colpa del regime. La verità è che Cuba brucia all’incrocio di una storia lunga sessant’anni, di scelte strutturali sbagliate, di dipendenze geopolitiche fragilissime e, sì, di una pressione americana che negli ultimi mesi ha trasformato una crisi cronica in emergenza acuta.
Tutto inizia — o meglio, ricomincia — con il Venezuela. Per decenni, Caracas ha fornito a Cuba petrolio a prezzi agevolati, tenendo in piedi un sistema energetico che non è mai stato riformato davvero. Quando, nel gennaio del 2026, un’operazione militare americana rimuove Nicolás Maduro dal potere, quel cordone ombelicale si spezza di colpo. Trump lo annuncia sui social con la brutalità che gli è propria: “No more oil or money going to Cuba.” Il Messico, che aveva parzialmente sostituito il Venezuela come fornitore, sospende le spedizioni il 27 gennaio. Il 29, un executive order della Casa Bianca impone dazi a qualsiasi paese esporti petrolio verso l’isola. Il cerchio si chiude.
Quello che segue è una spirale. Tre blackout nazionali totali in marzo. Proteste in aprile — oltre millecento secondo il Cuban Conflict Observatory, quasi il trenta per cento in più rispetto all’aprile precedente. E poi maggio, con le notti di cacerolazos, i controlli di polizia, internet limitato nei quartieri che protestano, agenti in borghese a fotografare i volti in piazza.
Il regime risponde come i regimi sanno fare quando sono con le spalle al muro: sposta il nemico all’esterno. La manifestazione del 22 maggio davanti all’ambasciata americana è esattamente questo — una risposta politica a una crisi che è prima di tutto energetica e sociale. Una narrativa vecchia. Ed è anche, almeno in parte, vera.
Perché Trump non ha inventato l’ostilità americana verso Cuba. Ha però alzato la posta in modo brutale, con una logica che risponde a motivazioni precise e stratificate. La prima è di politica interna: la comunità cubano-americana in Florida, storicamente anticomunista e fedele al Partito Repubblicano, è una base elettorale fondamentale. Marco Rubio, Segretario di Stato e figlio di immigrati cubani, incarna questa connessione in modo quasi simbolico. La seconda è geopolitica: Cuba dipendeva da una rete di alleanze — Venezuela, Russia, Cina — che Washington considera una minaccia nell’emisfero. Rompere quell’asse significa ridisegnare gli equilibri di potere nell’intera America Latina. La terza, forse la più difficile da misurare, è personale. Trump ha detto di aspettarsi di avere “l’onore di prendere Cuba”, di poter fare “qualsiasi cosa voglia” con l’isola. C’è, in quelle parole, la volontà di entrare nella storia come l’uomo che ha chiuso i conti con sessant’anni di rivoluzione castrista.
Eppure il quadro non è interamente bianco o nero. Mentre Rubio dichiara che le probabilità di un accordo pacifico sono basse e le immagini della portaerei Nimitz nel Mar dei Caraibi alimentano scenari di intervento militare, il 15 maggio il direttore della CIA John Ratcliffe si siede a un tavolo con alti funzionari cubani all’Avana. Washington offre cento milioni di dollari in aiuti umanitari. Trump dice di essere in trattativa con “le persone più alte di Cuba”. La pressione massima e la porta aperta coesistono, come due leve della stessa strategia.
Nel mezzo, il popolo cubano. Quello che batte le pentole di notte non lo fa per Trump né contro di lui. Lo fa perché il cibo nel frigo si sta deteriorando, perché l’acqua non arriva, perché ha smesso di aspettare che qualcuno, da qualsiasi parte, risolva quello che ormai chiama “Nueva Anormalidad” — la nuova anormalità. Non uno slogan. Una resa dei conti con il quotidiano.
L’Avana brucia nel buio. E in quel buio si sovrappongono, senza risolversi, la crisi di un sistema che non ha mai funzionato davvero, la pressione di una superpotenza che gioca una partita più grande, e la rabbia silenziosa di chi quella partita la subisce senza averla mai scelta.
