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Stati Uniti, il voto di metà mandato diventa uno scontro sul controllo delle elezioni: Trump sfida gli Stati a pochi giorni dalle urne

Il 3 novembre gli americani rinnoveranno la Camera e una parte del Senato, in una consultazione destinata a ridisegnare i rapporti di forza a Washington. Ma mentre la campagna elettorale entra nella fase finale, le iniziative del Dipartimento di Giustizia contro California e Alaska aprono un conflitto istituzionale sulla gestione delle schede, sui poteri federali e sull’autonomia delle autorità locali.

A due giorni dalle elezioni di metà mandato, negli Stati Uniti la competizione per il controllo del Congresso si intreccia con una controversia più profonda: chi ha il potere di stabilire come si vota, quali schede devono essere conteggiate e quando un risultato può essere certificato?

Il 3 novembre gli elettori americani saranno chiamati a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Il risultato determinerà gli equilibri legislativi per gli ultimi due anni del mandato di Donald Trump e potrà incidere sulla capacità della Casa Bianca di portare avanti la propria agenda politica.

I repubblicani arrivano al voto con maggioranze ristrette in entrambe le Camere. Per i democratici, conquistare anche una sola camera significherebbe cambiare radicalmente il rapporto tra Congresso e amministrazione. Una maggioranza democratica potrebbe intensificare le attività di controllo sull’esecutivo, avviare nuove indagini parlamentari e ostacolare alcune iniziative legislative del presidente.

Ma la campagna elettorale è ormai accompagnata da una serie di battaglie giudiziarie che coinvolgono direttamente le autorità incaricate di amministrare il voto. Le controversie riguardano soprattutto le liste elettorali, il presunto voto di cittadini non statunitensi, l’accesso ai registri degli elettori e la possibilità per il governo federale di intervenire sulle procedure statali.

Il confronto non è più soltanto tra partiti. Riguarda il rapporto costituzionale tra Washington e i singoli Stati, oltre alla fiducia degli elettori nell’imparzialità delle operazioni di scrutinio.

Il sistema americano: le elezioni non sono gestite dalla Casa Bianca

Per comprendere la portata dello scontro è necessario partire da una caratteristica fondamentale del sistema statunitense. Le elezioni federali vengono amministrate principalmente a livello statale e locale. Sono i singoli Stati a stabilire molte delle regole operative, mentre funzionari di contea e uffici elettorali si occupano della registrazione degli elettori, della distribuzione delle schede, dello scrutinio e della certificazione dei risultati.

Il governo federale dispone comunque di poteri importanti. Può far rispettare le leggi federali, intervenire contro discriminazioni e violazioni dei diritti elettorali e perseguire eventuali reati. Ma questo ruolo non gli attribuisce automaticamente il controllo diretto delle operazioni elettorali locali.

La Costituzione americana assegna agli Stati un ruolo centrale nell’organizzazione delle elezioni per il Congresso, pur riconoscendo al Parlamento federale la possibilità di stabilire o modificare alcune regole. È su questo equilibrio che si concentra oggi il conflitto tra l’amministrazione Trump e diversi governi statali.

La Casa Bianca sostiene che un intervento più incisivo sia necessario per garantire l’integrità del voto, verificare la cittadinanza degli iscritti alle liste elettorali e prevenire eventuali irregolarità. Le autorità statali coinvolte contestano invece la legittimità e le modalità di alcune richieste federali, denunciando il rischio di interferenze nelle procedure di voto.

California, la battaglia sulle oltre 20 mila schede

Uno dei fronti più delicati si trova in California, lo Stato più popoloso degli Stati Uniti e uno dei principali bastioni democratici.

Il Dipartimento di Giustizia ha sostenuto di aver individuato oltre 20 mila persone che potrebbero essere cittadini non statunitensi registrati nelle liste elettorali californiane. Sulla base di queste segnalazioni, l’amministrazione ha chiesto allo Stato di verificare le registrazioni e di mettere da parte le schede riconducibili alle persone indicate, impedendone il conteggio fino alla verifica della cittadinanza.

Le autorità californiane hanno contestato l’affidabilità dei dati federali. Il problema non è soltanto politico, ma anche tecnico: gli elenchi utilizzati per individuare i presunti elettori non idonei presenterebbero errori di corrispondenza e potrebbero includere cittadini americani, persone con registrazioni non più attive o individui che non hanno mai votato.

Un’analisi del progetto sui diritti di voto dell’Università della California a Los Angeles, citata dall’Associated Press, ha rilevato che 8.880 dei 20.930 nomi presenti nell’elenco del Dipartimento di Giustizia non corrisponderebbero a persone registrate nelle liste elettorali dello Stato. I ricercatori hanno inoltre individuato cittadini statunitensi e migliaia di persone naturalizzate che potrebbero essere state erroneamente segnalate. Il Dipartimento di Giustizia contesta l’analisi.

La questione è arrivata davanti ai tribunali. Il 30 ottobre una corte d’appello federale ha respinto la richiesta dell’amministrazione di mettere da parte le schede contestate. La decisione ha confermato, almeno in questa fase, che non esiste un metodo sufficientemente sicuro per individuare e separare i voti delle persone indicate senza rischiare di compromettere l’intero processo di scrutinio.

Il governo federale ha lasciato intendere che potrebbe rivolgersi alla Corte Suprema.

Il giudice blocca le pressioni sui funzionari elettorali

Il giorno successivo è arrivato un altro provvedimento destinato ad avere conseguenze sul confronto tra Washington e gli Stati.

Il 31 ottobre la giudice federale Trina Thompson ha emesso un ordine temporaneo che vieta ai Dipartimenti di Giustizia e della Sicurezza interna di minacciare, intimidire o costringere i funzionari elettorali statali e locali. Il provvedimento riguarda in particolare le richieste di interrompere il trattamento delle schede o di escludere voti sulla base delle liste federali di presunti elettori non idonei.

La causa era stata presentata da organizzazioni sindacali che rappresentano i lavoratori elettorali e da gruppi impegnati nella tutela dei diritti civili. I ricorrenti sostengono che le minacce di procedimenti penali rivolte ai funzionari locali possano condizionare il loro lavoro e ostacolare il regolare svolgimento delle elezioni.

Nella sua decisione, la giudice ha ritenuto che i ricorrenti avessero presentato elementi sufficienti per ritenere probabili violazioni della normativa sui diritti di voto e uno sconfinamento delle competenze federali.

L’ordine, che resta in vigore fino al 16 novembre salvo ulteriori decisioni, non impedisce al governo di indagare su eventuali violazioni della legge. Stabilisce però che tali indagini non possono trasformarsi in pressioni sui funzionari incaricati di applicare le procedure elettorali.

Il provvedimento assume un significato particolare a pochi giorni dal voto. Le autorità locali devono poter completare il conteggio e svolgere le verifiche previste dalla legge senza il timore che una decisione amministrativa possa esporle automaticamente a un procedimento penale.

Alaska, il caso del candidato con lo stesso nome

Un secondo fronte giudiziario si è aperto in Alaska, dove è in gioco uno dei seggi più importanti per il controllo del Senato.

Il Dipartimento di Giustizia ha chiesto a un giudice di impedire la certificazione del risultato in una specifica eventualità: una sconfitta del senatore repubblicano Dan Sullivan in una competizione nella quale compare anche un altro candidato con un nome molto simile, Daniel J. Sullivan.

Secondo l’ipotesi investigativa federale, collaboratori della campagna democratica di Mary Peltola avrebbero contribuito a reclutare il secondo candidato con l’obiettivo di sottrarre voti al senatore repubblicano, sfruttando la somiglianza dei nomi sulla scheda. La campagna di Peltola e il candidato coinvolto negano le accuse.

La vicenda è particolarmente delicata perché la richiesta federale punta a condizionare la certificazione del risultato in caso di una determinata combinazione elettorale. Le autorità dell’Alaska hanno contestato l’intervento, sostenendo che le schede distinguono i candidati e che non sarebbe possibile individuare con certezza le intenzioni dei singoli elettori senza compromettere la segretezza del voto.

Il caso mette in evidenza un altro aspetto del conflitto: fino a che punto il governo federale può intervenire nella certificazione di un’elezione amministrata da uno Stato? E quali prove devono essere presentate prima che un risultato elettorale possa essere sottoposto a un intervento giudiziario straordinario?

Una strategia estesa a numerosi Stati

Le controversie in California e Alaska non sono episodi isolati. L’amministrazione Trump ha avviato azioni legali in numerosi Stati per ottenere accesso ai registri elettorali non oscurati e verificare la cittadinanza degli iscritti. Secondo Reuters, il governo federale ha intentato cause contro circa trenta Stati e Washington D.C. nell’ambito della sua iniziativa sulle liste elettorali.

In California, oltre alla controversia sulle schede, il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine e richiesto documenti agli uffici elettorali della contea di Los Angeles attraverso mandati di comparizione davanti a un grand jury.

L’amministrazione presenta queste iniziative come parte di una campagna per contrastare il voto illegale e rafforzare la fiducia nel sistema. I critici ritengono invece che l’uso di richieste giudiziarie, indagini e minacce di responsabilità penale possa intimidire gli amministratori locali e alimentare dubbi sulla legittimità dei risultati.

Il punto di equilibrio è complesso. La legge federale vieta ai non cittadini di votare alle elezioni federali, ma la verifica deve basarsi su prove attendibili e procedure che non privino del diritto di voto cittadini regolarmente registrati. Le indagini su eventuali irregolarità sono legittime; la loro conduzione non può però compromettere il diritto degli elettori idonei né sostituire le procedure previste dalla legge.

Il voto del 3 novembre e il rischio di una lunga battaglia giudiziaria

Il risultato delle elezioni potrebbe non chiudere immediatamente tutte le controversie. In un sistema nel quale lo scrutinio e la certificazione avvengono secondo calendari e regole differenti da Stato a Stato, le contestazioni possono proseguire anche dopo la giornata elettorale.

È importante distinguere tre fasi. La prima è il conteggio delle schede, che deve essere completato dalle autorità competenti. La seconda è la verifica e certificazione dei risultati, secondo le norme statali. La terza riguarda eventuali ricorsi, che possono essere presentati quando una parte ritiene che siano state commesse irregolarità rilevanti.

Un ricorso, tuttavia, non annulla automaticamente il risultato e non attribuisce al presidente il potere di decidere quali voti debbano essere considerati validi. Le controversie devono essere esaminate dai tribunali competenti, sulla base delle prove e delle disposizioni di legge.

La tensione è destinata a crescere se il controllo di una delle due Camere dovesse dipendere da pochi seggi o da risultati particolarmente ravvicinati. In quel caso, le battaglie legali potrebbero diventare un elemento centrale della fase successiva al voto.

Il vero nodo è la fiducia nel sistema

Le elezioni di metà mandato sono tradizionalmente un momento di verifica per il presidente in carica. Questa volta, però, la competizione politica è accompagnata da una controversia che investe il funzionamento stesso delle istituzioni.

Da una parte c’è un’amministrazione che afferma di voler rafforzare i controlli e prevenire il voto illegale. Dall’altra ci sono Stati e organizzazioni civili che denunciano il rischio di un’espansione eccessiva dei poteri federali e di pressioni sulle autorità incaricate di amministrare le elezioni.

Non è ancora possibile concludere che il processo elettorale sia stato compromesso o che vi sia stata una manipolazione dei risultati. Le iniziative dell’amministrazione, le decisioni dei tribunali e le contestazioni degli Stati devono essere valutate singolarmente, senza confondere le accuse con fatti accertati.

Resta però un dato: il conflitto sulle regole del voto è ormai parte integrante della campagna elettorale. La credibilità di un sistema democratico non dipende soltanto dalla possibilità di esprimere una preferenza, ma anche dalla certezza che ogni scheda venga trattata secondo procedure trasparenti, che i funzionari possano svolgere il proprio lavoro senza intimidazioni e che il risultato venga riconosciuto attraverso le regole stabilite dalla legge.

Il 3 novembre gli americani sceglieranno la composizione del Congresso. Ma la prova più importante per le istituzioni potrebbe arrivare subito dopo: dimostrare che, anche in una fase di forte polarizzazione politica, il conteggio dei voti e la certificazione dei risultati restano affidati alle procedure costituzionali e non alla forza politica di chi governa.

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