Presentato in concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor ha vinto il Premio speciale della giuria. La proiezione ufficiale si è chiusa con 25 minuti di applausi, la standing ovation più lunga mai registrata alla Mostra. Il documentario dura 80 minuti ed è prodotto nel Regno Unito da The Guardian e JW Films. Si basa sulle testimonianze di 24 tra militari e figure dell’intelligence israeliana, che hanno accettato di parlare a identità protetta. Le conversazioni sono girate di notte sui tetti di Tel Aviv. Il titolo è la sigla con cui l’esercito indica le vittime civili previste prima di un attacco.
Secondo il film, per ogni obiettivo l’esercito stabiliva a priori un numero stimato di vittime civili tollerabili, mentre i metodi per verificare l’appartenenza ad Hamas diventavano via via più superficiali. Uno degli intervistati racconta di un’operazione portata a termine con una soglia di vittime civili ritenuta accettabile superiore a 500. Abraham e Szor avevano già vinto l’Oscar per No Other Land.
In Israele, dove il film non è stato distribuito, la reazione politica è stata immediata. Netanyahu ha parlato di contributo all’incitamento antisemita globale. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha chiesto alle autorità competenti di valutare se la condotta dei registi possa giustificare la revoca della cittadinanza. Secondo l’agenzia TT, il premier ha chiesto anche che Shin Bet, capo di stato maggiore e procuratrice generale indaghino sui partecipanti. L’agenzia AP ha osservato che diversi critici hanno ammesso di non aver visto il film.
Il 2 ottobre l’esercito ha pubblicato la risposta più dettagliata, dopo che un suo rappresentante ha assistito a una proiezione a Bologna. L’IDF sostiene di non aver mai autorizzato un attacco a Gaza con 500 vittime civili previste, o con un numero vicino, e che l’inserimento nel database Lavender non rende automaticamente una persona un bersaglio. Secondo i militari, le testimonianze descriverebbero soprattutto le fasi iniziali, senza il ruolo di comandanti e consulenti legali. Contestano inoltre che i registi non abbiano sottoposto le accuse all’IDF prima della pubblicazione. Abraham ha risposto che i redattori del Guardian hanno avuto accesso al materiale originale. Oltre 1.642 professionisti del cinema israeliano hanno firmato una petizione a sostegno dei due registi.
Intanto i registi vivono lontano da casa. Szor si trova all’estero e gruppi di manifestanti si sono radunati attorno alla casa della sua famiglia a Savyon. Abraham ha detto a Channel 13 di temere di non poter rientrare, di aver cancellato i suoi profili social e di considerare Israele la propria casa. Il 24 settembre aveva scritto su X che lui e Szor sarebbero tornati nel Paese. Secondo la presentazione dell’episodio di «The Daily» pubblicata dal New York Times, i due hanno spiegato perché, per ora, non faranno ritorno.
In Italia il film ha avuto un’accoglienza ampia: tra il 28 e il 30 settembre ha superato i 243mila spettatori, con un incasso di oltre 1,8 milioni di euro, ed è poi rimasto in 424 sale. A novembre sarà disponibile gratuitamente online, senza limiti di tempo, grazie all’accordo con il Guardian. Il dibattito si inserisce nella campagna per le elezioni israeliane, fissate per il 27 ottobre.
