Arte e Spettacolo

L’Odissea secondo Nolan, non un’epopea, ma un film sulla fatica di tornare

Il cinema di Christopher Nolan è fatto di immagini che restano. Un uomo che cade in un sogno nel sogno. Una città che si piega su sé stessa. Un’esplosione che non fa rumore. Ora, a questa galleria di icone contemporanee, se ne aggiunge una nuova: un cavallo di legno che affonda in una baia, semisommerso dalla marea, con dentro soldati greci che respirano attraverso cannucce mentre l’acqua sale. È l’incipit di The Odyssey, il kolossal che Nolan porterà sugli schermi il 17 luglio 2026. E già questa sola immagine basta a capire che non sarà l’Odissea che conoscevamo.

Nolan ha sempre lavorato per sottrazione. Riduce l’eroe a uomo, il mito a trauma, l’epopea a sopravvivenza. Il suo Ulisse non è il navigatore trionfante che torna a Itaca dopo vent’anni di peripezie. È un reduce, un superstite, un uomo che ha perso tutto e cerca di ricostruire qualcosa. Il cavallo che affonda è il simbolo di questa visione: non è un monumento alla vittoria, ma un relitto. Un fallimento. Una trappola che si è rivelata tale anche per chi l’ha costruita.

L’idea del cavallo caduto nasce in realtà molto prima di The Odyssey. Nel 2004, Nolan era in trattative per dirigere Troy, il kolossal ispirato all’Iliade. Il progetto non andò in porto, ma quell’immagine gli rimase dentro, e per più di vent’anni l’ha portata con sé da un film all’altro, adattandola a Gotham City, allo spazio profondo, a Los Alamos. Poi è arrivato Oppenheimer, sette Oscar e quasi un miliardo di dollari al botteghino. Nolan ha guadagnato il diritto di fare quello che voleva. E ha scelto l’Odissea.

Nelle sue interviste, Nolan non parla di eroi o di dei. Parla di uomini. Del peso delle scelte. Di come si torna a casa dopo aver fatto cose terribili. The Odyssey non è un film d’avventura, ma un film sull’addio. Sul ritorno. Sulla fatica di ricominciare. È una storia che Nolan ha già raccontato prima, in altre forme, in altre epoche: Batman che torna a Gotham, i soldati di Dunkerque che tornano in Inghilterra, il fisico che torna a guardare il mondo dopo la bomba. Ulisse è l’ennesimo uomo che deve fare i conti con il proprio passato.

A rendere The Odyssey un evento cinematografico non è solo il cast stellare, ma la scelta del regista di girare in luoghi reali, senza abusare degli effetti speciali. Favignana, con il suo Castello di Santa Caterina, è diventata Itaca. La Sicilia è il Mediterraneo di Omero. Nolan non ama i green screen, ama la luce vera, la polvere, il vento. E questo, in un’epoca di cinema sempre più virtuale, è quasi un atto politico.

Da presidente della Directors Guild of America, Nolan è uno dei pochi registi a difendere ancora con ostinazione la sala cinematografica. Per lui, il cinema è un rito collettivo, non una fruizione solitaria sullo schermo di un computer. I poster di The Odyssey non mostrano volti, solo il suo nome in grassetto. Perché il film non è degli attori, ma del regista. È la sua firma, il suo marchio, la sua ossessione.

Time ha dedicato a Nolan una cover story in cui il regista parla apertamente del suo rapporto con il mito, con il cinema e con la morte. La giornalista Eliana Dockterman ha visto il film in anteprima e lo descrive come un’opera che mescola la potenza visiva di Dunkerque con la complessità narrativa di Inception. Un film che non si lascia guardare una sola volta, ma che chiede di essere rivisto, analizzato, decifrato.

Sull’Odissea, Nolan si è preso delle libertà. Ha tagliato, riscritto, reinventato. Omero, del resto, è un autore che ha sempre favorito l’oralità. Nolan ha fatto lo stesso, restituendo al mito la sua natura fluida, aperta, interpretabile. Il risultato, promettono i primi che l’hanno visto, è un film che non somiglia a nulla di ciò che Nolan ha fatto prima. E forse, è proprio per questo che siamo tutti così impazienti di vederlo. Perché Nolan, come Ulisse, ha sempre saputo tornare. Ma non è mai tornato nello stesso modo. Il 17 luglio, sapremo come lo farà questa volta.

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