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La “pax di Dogliani” e il sonno degli italiani: quando la TV dimentica chi la guarda

Al Festival della Televisione di Dogliani, Gerry Scotti ha lanciato una proposta destinata a far discutere: firmare una sorta di patto con Stefano De Martino per far terminare i programmi dell’access prime time entro le 21:30. L’ha chiamata “pax di Dogliani”, con quella vena ironica che lo contraddistingue. De Martino, raggiunto telefonicamente, aveva il cellulare staccato — stava volando verso Napoli — ma aveva già dato la sua disponibilità in precedenza.

La notizia ha circolato velocemente, raccogliendo consensi. Ed è comprensibile: chiunque abbia provato ad aspettare l’inizio di un film o di una serie su Rai 1 o Canale 5 sa bene di cosa si parla. La prima serata, ufficialmente, dovrebbe iniziare alle 21:00. Nella realtà, negli ultimi anni si è progressivamente slittata verso le 22:00, con punte ancora più tarde. Il risultato è che molti italiani vanno a letto senza aver visto il finale di ciò che avevano scelto di guardare.

Un fronte sempre più ampio

La “pax di Dogliani” non è un’idea isolata. Negli ultimi mesi si è formato un fronte trasversale e inaspettato di voci che chiedono un cambio di rotta.

Il regista Maurizio Nichetti è stato tra i primi a sollevare pubblicamente la questione, con un intervento diventato virale sui social: i format dell’access prime time si allungano a dismisura, ha spiegato, e il cinema e la serialità televisiva vengono relegati in orari che non appartengono più alla vita reale delle persone.

Carlo Degli Esposti, produttore dello storico Commissario Montalbano, ha alzato il tiro con un appello diretto a Rai e Mediaset. “Salviamo il sonno degli italiani”, ha detto, ricordando un dato preciso: il picco di ascolti si registra tra le 21:15 e le 21:30, dopodiché il pubblico si disperde. “Milioni di italiani alle 23 vanno a letto senza sapere come sono finite le storie.” Una perdita secca, sia per gli spettatori che per la qualità narrativa dei prodotti.

L’attrice Cristiana Capotondi ha aggiunto una prospettiva concreta: “Per me le 21:30 è già tardi. Le famiglie italiane cenano tra le 20:30 e le 21:00. Non è possibile chiudere una serie a mezzanotte. Non è il calendario delle famiglie.” Anche Luciana Littizzetto si è unita al coro, parlando di un disagio che riguarda milioni di spettatori e che si riflette direttamente sul riposo e sulla qualità della vita quotidiana.

Il paradosso di Gerry Scotti

C’è però un elemento che non si può ignorare, e che rende la proposta di Scotti tanto simpatica quanto contraddittoria: La Ruota della Fortuna, il suo show su Canale 5, è indicato da molti come uno dei principali responsabili dello slittamento degli orari. L’allungamento progressivo del programma ha costretto le altre reti a inseguire, spostando l’inizio della prima serata sempre più in avanti per non perdere il pubblico pubblicitario del preserale.

La società di produzione Endemol Shine ha riconosciuto apertamente che il meccanismo penalizza i programmi di prima serata, con una perdita stimata di trecentomila spettatori a serata. Una cifra significativa. Ma la messa in onda tardiva, ha chiarito la stessa azienda, risponde a logiche economiche precise: quegli spazi pubblicitari valgono di più, e nessuno — a conti fatti — ha ancora deciso di rinunciarci.

La vera posta in gioco

Al di là dei toni leggeri con cui la questione viene spesso trattata, il problema sollevato dalla “pax di Dogliani” è tutt’altro che frivolo. Tocca qualcosa di più profondo del semplice palinsesto televisivo.

La televisione generalista ha costruito per decenni il suo rapporto con il pubblico italiano su un presupposto fondamentale: essere accessibile a tutti, a qualsiasi ora e in qualsiasi condizione economica. Una Smart TV connessa, un abbonamento streaming, la dimestichezza con le piattaforme digitali — non tutti ce l’hanno. La TV è sempre stata, per definizione, democratica.

Slittare la prima serata verso la mezzanotte significa, di fatto, escludere una parte del pubblico: chi lavora e si alza presto, chi ha figli piccoli, chi non ha la possibilità o la voglia di recuperare i contenuti in differita. Significa trasformare un mezzo storicamente inclusivo in qualcosa che risponde prima agli inserzionisti e poi agli spettatori.

Non è una novità assoluta — il problema si trascina da oltre dieci anni, come documentano i dati Auditel e le analisi di settore. Ma il fatto che oggi a parlarne siano registi, produttori, attori e persino i conduttori degli stessi show incriminati, suggerisce che una soglia sia stata superata. La frustrazione è diventata troppo rumorosa per essere ignorata.

Basterà una firma?

La “pax di Dogliani” è un gesto simbolico. E come tutti i gesti simbolici, vale soprattutto per ciò che segnala, non per ciò che cambia immediatamente. Perché il vero ostacolo non è la buona volontà di Gerry Scotti o di Stefano De Martino: è un sistema in cui gli investimenti pubblicitari premiano chi occupa più spazio nell’access prime time, e in cui nessun singolo attore ha convenienza a fare il primo passo.

Finché ascolti e introiti pubblicitari peseranno più del rispetto per i ritmi di vita del pubblico, la prima serata continuerà a slittare. La domanda che il dibattito di questi mesi lascia aperta non è tecnica, ma di priorità: la televisione esiste per chi la guarda, o per chi la finanzia?

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