Il 10 agosto 2025, un raid aereo israeliano ha colpito una tenda stampa nei pressi dell’ospedale Al-Shifa, a Gaza City. Quella tenda non era un obiettivo militare: era un punto di lavoro per raccontare la guerra al mondo. Le bombe hanno ucciso sei giornalisti, tra cui il noto corrispondente di Al Jazeera Anas al-Sharif, voce instancabile della popolazione sotto assedio. Con lui hanno perso la vita Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal, Moamen Aliwa e il fotografo freelance Mohammed al-Khaldi.
L’IDF ha dichiarato che al-Sharif fosse a capo di una cellula terroristica legata ad Hamas. Un’accusa grave, ma finora priva di prove pubbliche. Al Jazeera ha respinto con forza questa narrazione, denunciando “un assassinio premeditato” volto a zittire una delle ultime voci indipendenti rimaste a Gaza.
La comunità internazionale ha reagito con indignazione. L’ONU, l’Unione Europea, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti e numerosi governi hanno chiesto un’indagine indipendente, ricordando che colpire giornalisti è una violazione diretta del diritto internazionale umanitario. Il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha sottolineato che gli operatori dell’informazione in zone di conflitto “godono di protezione speciale” e che il targeting deliberato è inaccettabile.
Oltre 230 giornalisti sono stati uccisi dall’inizio dell’offensiva israeliana a Gaza. Ogni nome è una voce in meno, ogni obiettivo colpito è una finestra che si chiude sul mondo. Uccidere chi documenta significa colpire il diritto di tutti ad essere informati, ovunque ci troviamo.
Come testata, non possiamo fingere che si tratti solo di “un episodio” tra tanti. Questo attacco non è soltanto un dramma umano: è un avvertimento sinistro a chiunque creda nella libertà di informare. Oggi non difendere i giornalisti di Gaza significa, domani, accettare che la stessa sorte possa toccare a chi racconta qualunque altra guerra, qualunque altra ingiustizia.
La verità ha bisogno di testimoni. E i testimoni vanno protetti, non silenziati.
