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Bolsonaro condannato a 27 anni: il Brasile davanti a una svolta storica

L’11 settembre 2025 la Corte Suprema del Brasile ha scritto una pagina senza precedenti nella storia democratica del Paese. Con una sentenza durissima, l’ex presidente Jair Bolsonaro è stato condannato a 27 anni e tre mesi di reclusione per il suo coinvolgimento in un piano volto a rovesciare l’esito delle elezioni del 2022 e minacciare l’assetto democratico.

Si tratta della prima condanna di un ex capo di Stato brasiliano per tentato colpo di Stato. Un verdetto che, al di là della vicenda giudiziaria, segna un punto di non ritorno per la politica nazionale e per il rapporto tra istituzioni e società.

Le accuse e il processo

Il procedimento, noto come Ação Penal 2668, ha ricostruito un quadro inquietante. Secondo i giudici, Bolsonaro non solo ha promosso teorie infondate sul presunto malfunzionamento del sistema di voto elettronico, ma ha anche partecipato a una strategia più ampia che prevedeva pressioni sulle Forze Armate e la possibilità di usare la forza per mantenere il potere.

Tra i capi d’imputazione: tentativo di colpo di Stato, associazione a un’organizzazione criminale, uso della violenza contro lo stato di diritto democratico, e danneggiamento di beni pubblici protetti. Nel corso delle indagini sono emersi inoltre riferimenti a ipotesi di azioni violente, persino contro il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e membri della Corte Suprema, sebbene tali piani non siano mai stati concretizzati.

Il collegio giudicante della Corte Suprema si è espresso a larga maggioranza: quattro giudici hanno votato per la condanna, uno per l’assoluzione parziale. A pesare sul verdetto, i documenti e le comunicazioni che provavano un coordinamento con esponenti militari e civili vicini all’ex presidente.

Le reazioni politiche e internazionali

La sentenza ha polarizzato immediatamente l’opinione pubblica

I sostenitori di Bolsonaro parlano di persecuzione politica e hanno organizzato proteste in diverse città, denunciando un “processo politico” volto a eliminare il leader dalla scena in vista delle elezioni del 2026. I suoi avvocati hanno già annunciato ricorso.

Sul fronte opposto, il governo di Lula e gran parte della società civile hanno accolto la decisione come un passo decisivo per consolidare lo stato di diritto. “Il Brasile non si farà intimidire”, ha dichiarato il presidente, replicando anche alle critiche arrivate da Washington.

Negli Stati Uniti, infatti, il Segretario di Stato Marco Rubio ha definito la condanna una “caccia alle streghe”, promettendo conseguenze diplomatiche. Donald Trump ha espresso solidarietà a Bolsonaro, definendolo “un buon uomo” e paragonando la sua vicenda giudiziaria a quelle che lo riguardano. Dall’altra parte, il governo brasiliano ha respinto con fermezza le ingerenze esterne, ribadendo che la sovranità e la giustizia del Paese non sono negoziabili.

Un movimento che non scompare

Nonostante la condanna e l’interdizione già in vigore che gli impedisce di candidarsi fino al 2030, il bolsonarismo non sembra destinato a scomparire. Milioni di brasiliani continuano a identificarsi con la sua figura, e la destra radicale del Paese resta una forza politica radicata, capace di mobilitare piazze e influenzare il dibattito pubblico.

Gli analisti sottolineano come la sfida per il Brasile non si esaurisca con la condanna di un singolo uomo: la vera prova sarà gestire la polarizzazione sociale, rafforzare la fiducia nelle istituzioni e garantire che la democrazia rimanga più forte delle sue fragilità.

 

 

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