Lavoro

Pensioni, perché l’assegno sarà più basso nel 2027

In Italia esiste un meccanismo che quasi nessuno nota ma che stabilisce quanto varrà la pensione di una vita di lavoro. Non annuncia tagli espliciti, non introduce nuove imposte e raramente accende il dibattito politico. Eppure modifica la percentuale con cui i contributi versati in decenni di attività si trasformano in assegno mensile. L’ultimo decreto, pubblicato dal ministero del Lavoro, entrerà in vigore il 1° gennaio 2027. E ancora una volta, a parità di contributi e di età, l’assegno sarà più basso.

Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare indietro di oltre trent’anni, a quando la pensione italiana si fondava su una promessa diversa, cioè garantire al lavoratore un reddito legato agli stipendi degli ultimi anni di carriera. Fino agli anni Novanta il sistema retributivo, consolidato dalla legge del 1969, calcolava l’assegno sulle retribuzioni finali. Per un dipendente privato con quarant’anni di contributi la formula ordinaria poteva assicurare circa l’80 per cento della retribuzione pensionabile.

A sostenere quel modello contribuiva un equilibrio demografico ed economico molto diverso da quello attuale. Le generazioni del boom entravano nel mercato del lavoro, mentre la popolazione anziana pesava molto meno. Il sistema italiano funziona soprattutto a ripartizione, perché i contributi dei lavoratori e delle imprese finanziano gli assegni di chi è già in pensione. È un patto tra generazioni che tiene finché il rapporto tra entrate contributive e prestazioni resta sostenibile. Quel patto ha cominciato a mostrare crepe quando la crescita è rallentata, la natalità è diminuita e l’aspettativa di vita ha continuato a salire. A complicare il quadro c’erano regole molto diverse tra le categorie e trattamenti particolarmente favorevoli, comprese alcune forme di pensionamento anticipato e le cosiddette baby pensioni.

La prima svolta arriva nel 1992, in piena crisi finanziaria, con il governo Amato. La riforma innalza progressivamente l’età di vecchiaia da 60 a 65 anni per gli uomini e da 55 a 60 per le donne, porta da 15 a 20 gli anni di contribuzione necessari e amplia il periodo di riferimento per il calcolo. L’obiettivo è contenere la spesa e ridurre il divario tra contributi versati e prestazioni future, ma il principio retributivo sopravvive.

A modificarlo radicalmente, tre anni dopo, è il governo Dini. La legge 335 del 1995 introduce il sistema contributivo. La pensione non viene più determinata dagli stipendi degli ultimi anni, ma dall’insieme dei contributi accreditati durante la vita lavorativa, rivalutati nel tempo e trasformati in rendita al momento del pensionamento. La transizione è però graduale. Chi al 31 dicembre 1995 ha almeno 18 anni di contributi conserva il calcolo retributivo per le anzianità maturate fino al 2011. Chi ne ha meno entra nel sistema misto, mentre per chi inizia a lavorare dal 1° gennaio 1996 il contributivo diventa la regola integrale.

Per capire la portata del cambiamento basta pensare a due carriere. Nel vecchio sistema un forte aumento dello stipendio negli ultimi anni poteva migliorare molto la pensione, perché il calcolo guardava soprattutto alla fase finale dell’attività. Con il contributivo conta invece l’intera storia lavorativa. Gli anni senza versamenti, i contratti precari, il part-time e le retribuzioni basse lasciano un segno che accompagna il lavoratore fino al pensionamento. Ecco perché due persone con lo stesso stipendio alla fine della carriera possono ritrovarsi con assegni molto diversi.

Negli anni successivi le regole continuano a cambiare. Le riforme che si susseguono ritoccano i requisiti per lasciare il lavoro, mentre si rafforza il legame tra pensioni e andamento demografico. La frequenza di revisione dei coefficienti di trasformazione, inizialmente decennale, viene portata dalla legge del 2007 a tre anni e successivamente a due. La svolta più conosciuta è quella del dicembre 2011, durante la crisi del debito sovrano, con la riforma firmata da Elsa Fornero. L’età pensionabile viene innalzata, i requisiti per le uscite anticipate cambiano e il contributivo viene esteso, dal 2012, anche alle anzianità successive dei lavoratori che avevano conservato il retributivo.

È importante distinguere due meccanismi, spesso confusi. Il primo riguarda l’età e i requisiti per andare in pensione, collegati alla speranza di vita. Il secondo riguarda l’importo dell’assegno, perché una volta raggiunto il pensionamento il capitale contributivo viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione che dipende dall’età e dalle prospettive di sopravvivenza.

L’ultimo aggiornamento mostra come funziona il meccanismo. Dal 2027 il coefficiente di trasformazione a 67 anni scenderà dal 5,608 per cento al 5,514 per cento. Può sembrare una variazione trascurabile, ma significa che con un montante contributivo di 300 mila euro la pensione lorda annua passerà da 16.824 a 16.542 euro.

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