Quarantacinque anni di carriera, una fama costruita sulla certezza del botteghino, e ora Tom Cruise si ritrova a fare i conti con il più grande disastro finanziario della sua storia. Digger, il film che doveva unire la sua potenza commerciale alla visione d’autore di Alejandro González Iñárritu, si è schiantato con una violenza che ha lasciato Hollywood senza parole.
Il verdetto è arrivato in dieci giorni. L’apertura nordamericana si è fermata a otto milioni di dollari, quinto posto, il peggiore debutto di Cruise in diciannove anni. Negli altri settantaquattro mercati internazionali il film ha raccolto dodici milioni, per un totale mondiale di venti milioni nel primo fine settimana. La caduta del secondo weekend, intorno al sessanta per cento, ha sigillato il destino della pellicola.
Sulla carta non doveva andare così. Un budget tra i centoventicinque e i centottanta milioni, un centinaio spesi per il marketing, un regista che due Oscar li ha vinti davvero con Birdman e The Revenant, e una star che per decenni ha rappresentato la garanzia assoluta per qualsiasi investimento. La combinazione sembrava blindata, e invece il mercato ha risposto con un silenzio assordante.
C’è un dato che spiega meglio di ogni analisi cosa sia successo. La star più bancabile del pianeta, un regista con due statuette in bacheca, una spesa complessiva che supera i duecento milioni tra produzione e lancio pubblicitario, e il risultato è un film che nessuno è andato a vedere. Non una delusione contenuta, non un passo falso recuperabile. Un crollo verticale.
La prima risposta da cercare riguarda l’attore. Per una generazione intera di spettatori Tom Cruise significa una cosa sola, e quella cosa non è recitare. Significa correre, saltare, guidare, cadere, rischiare il collo davvero. Il suo nome è diventato un marchio che promette azione autentica, e negli ultimi anni quel marchio ha funzionato come un orologio. Digger rompe quel patto. Gli chiede di starsene fermo, di sparire dietro una protesi, di interpretare un uomo detestabile e immobile. È la negazione esatta di ciò che il pubblico paga per vedere.
Poi c’è la questione del patto narrativo. Chi entra in sala con un biglietto di Cruise si aspetta una certa esperienza, e qui riceve l’opposto, un film d’autore, amaro, satirico, con al centro un tema scomodo. La promozione ha provato a gestire questo scarto in modo originale, lasciando allo spettatore la libertà di giudicare, quasi a trasformare la spaccatura della critica in un argomento di richiamo. La stampa britannica ha letto in questa mossa il tentativo di spacciare la confusione per una battaglia culturale. Il pubblico, semplicemente, non ha risposto.
Il nodo vero però è un altro, e riguarda la natura stessa del progetto. Warner ha finanziato un film originale e divisivo in un momento in cui chi paga il biglietto cerca sicurezza, non sorprese scomode. Un budget di quella portata non lascia spazio alla sperimentazione, e la sperimentazione era esattamente ciò che Iñárritu aveva in mente. I giudizi della critica americana vanno in questa direzione e usano parole dure, pomposo, confuso, irritante. Il paradosso è che l’originalità, cioè il pregio, è diventata la causa del fallimento commerciale.
C’è poi il capitolo della trasformazione fisica, che merita una riflessione a parte. Il cinema è pieno di attori premiati per essersi stravolti il corpo. C’è chi ha preso decine di chili per raccontare una vita intera, chi si è rasato le sopracciglia per entrare nella pelle di una assassina, chi è dimagrito fino a consumarsi, chi ha indossato un naso finto, chi ha passato ore in sala trucco per diventare un primo ministro britannico. In tutti quei casi però la metamorfosi serviva il racconto. Qui la metamorfosi è arrivata, ma il racconto non ha convinto nessuno.
La stampa americana si è divisa. C’è chi ha parlato di un fallimento coraggioso e magnifico, chi ha visto un’opera d’arte spettacolare, chi ha accostato il film a una versione moderna di un classico della satira politica sul clima. Il quotidiano di Los Angeles ha raccontato la difficoltà della campagna nel far capire che tipo di film fosse senza rovinarne i colpi di scena. Tutte letture interessanti, nessuna capace di riempire le sale.
Digger non è il seguito di niente, non è il rifacimento di niente, non appartiene a nessuna saga. È un film solo, con un protagonista che scava dentro se stesso e affonda nel proprio egoismo. Resta aperta una domanda semplice. Esiste ancora un pubblico disposto a comprare un Tom Cruise diverso da quello che conosce?
