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Uzbekistan: il blu con sapore d’eternità

Se potessi partire domani, sceglierei un posto dove il cielo scende a terra. Non in senso metaforico — in senso letterale. Sceglierei un luogo dove le cupole delle moschee sembrano ritagliate dallo stesso tessuto dell’atmosfera, dove il blu non è un colore ma un’ossessione collettiva durata secoli, dove ogni mosaico racconta il sogno di qualcuno che voleva costruire il paradiso con le sue mani. Sceglierei l’Uzbekistan. E poi probabilmente mi siederei a piangere sul divano, perché — per ora — l’Uzbekistan resta nel cassetto dei sogni ancora chiuso.

Eppure è lì. Lì nel mezzo dell’Asia Centrale, incastonato tra deserti e steppe, vecchio di tremila anni e attraversato da quella rotta commerciale che ha cambiato la storia del mondo: la Via della Seta. Samarcanda, Bukhara, Khiva. Anche solo scrivere questi nomi fa qualcosa allo stomaco — un fremito antico, come leggere per la prima volta “Le mille e una notte” da bambina e capire che certi posti esistono davvero.

Il sogno nel cassetto: quanto costa realizzarlo?

La buona notizia è che l’Uzbekistan è una destinazione sorprendentemente accessibile, almeno una volta che ci si arriva. La vita sul posto è economica: un pasto completo in un ristorante tradizionale si aggira tra i 6 e i 20 euro, un taxi costa pochi euro, gli ingressi a moschee e madrase sono spesso gratuiti o quasi. Un hotel di categoria turistica si trova tra i 30 e i 60 euro a notte; uno confortevole, tra i 60 e i 120.

Il vero scoglio è il volo. Da Milano o Roma, Turkish Airlines, Uzbekistan Airways e WizzAir coprono la rotta — spesso con scalo — con prezzi che oscillano tra i 400 e gli 800 euro per un andata e ritorno, a seconda del periodo. Aprile-maggio e settembre-ottobre sono i mesi ideali per viaggiare, con temperature miti e paesaggi al loro meglio, ma anche con prezzi leggermente più alti.

Per dieci giorni tra volo, hotel di buon livello, trasporti interni (incluso il treno ad alta velocità Afrosiyob tra Tashkent, Samarcanda e Bukhara), visite guidate e pasti, il budget realistico si aggira tra i 1.500 e i 2.200 euro a persona. Non poco, ma nemmeno l’impresa impossibile che certi miti sulla “lontananza” del posto potrebbero suggerire.

Il vero costo non è economico: è di tempo, di concentrazione, di voglia di perdersi in qualcosa di profondamente diverso. E per ora, quella voglia ce l’ho — mi mancano solo le settimane di ferie.

Giorno 1 — Tashkent: la capitale che sorprende

Atterri a Tashkent con in testa immagini di cupole turchesi e ti ritrovi in una capitale modernissima, ricostruita quasi interamente dopo il terremoto del 1966. Ma il quartiere storico resiste, e ti aspetta con il complesso Khast Imam — dove è custodito quello che si ritiene il Corano più antico del mondo, risalente al VII secolo — e con il grande bazar Chorsu, un mercato coperto a forma di cupola dove il profumo di spezie ti avvolge prima ancora di entrare. La metropolitana di Tashkent, decorata come un palazzo imperiale, vale il biglietto da sola.

La sera, il jetlag non ti lascia dormire. Ti metti ad ascoltare musica uzbeka sul telefono e pensi: sono davvero qui.

Giorni 2-3 — Samarcanda: il blu come lingua madre

Il treno ad alta velocità Afrosiyob copre la tratta Tashkent-Samarcanda in poco più di due ore. Quando scendi in stazione, la “Perla dell’Oriente” ti viene incontro lentamente — come ogni cosa che vale la pena, non si svela tutta subito.

Il primo impatto è il Registan. La parola in tagiko significa “luogo sabbioso”, e secoli fa questa piazza era un bazar brulicante e cuore politico della città, dove mercanti di tutto il mondo si contendevano seta, spezie e lapislazzuli. Oggi è circondata da tre madrase — la Ulugh Beg, la Shir Dor e la Tilya-Kari — costruite tra il XV e il XVII secolo, ciascuna un capolavoro di maioliche e mosaici in tutte le sfumature del blu. Le tigri dipinte sulla facciata della Shir Dor violano il divieto islamico di raffigurare esseri viventi su edifici religiosi: un atto di audacia artistica rimasto impresso per quattrocento anni. Ti siedi sulla scalinata, alzi gli occhi, e per un momento non sai dove finisce il cielo e dove inizia l’architettura.

Il secondo giorno è per lo Shah-i-Zinda, il complesso funerario dove sono sepolti i familiari di Tamerlano. Se il Registan è la potenza, questo è l’intimità. Un corridoio sacro che sale tra cupole decorate, piastrelle blu fitto fitto, silenzi carichi di significato. Poi il Mausoleo Gur-e-Amir, dove riposa lo stesso Tamerlano sotto un blocco di giada verde scuro — lo stesso uomo che nel XIV secolo costruì un impero che si estendeva dall’Anatolia all’Asia Centrale e che scelse questa città come suo specchio nel mondo. Infine, il Bazar Siab: fichi secchi, noci, pane appena sfornato, donne con vesti a fiori che contrattano con una sicurezza che fa quasi paura.

Giorni 4-5 — Bukhara: la città più sacra dell’Asia Centrale

C’è una frase che i viaggiatori si tramandano: “Se Samarcanda è la meraviglia della terra, Bukhara è la meraviglia dello spirito.” Il trasferimento è più lungo (6–8 ore via terra o volo interno), segna un cambio netto di paesaggio, e già questo ritmo — città dopo città, madrasa dopo mausoleo — inizia a farti sentire parte di qualcosa di più grande.

Bukhara ha più di duemila anni e oltre 140 monumenti storici. Il Mausoleo di Ismail Samani, del IX-X secolo, è una delle strutture più eleganti che l’architettura islamica abbia mai prodotto. Il complesso Poi-Kalyan — con il suo minareto alto 47 metri, usato un tempo come faro per le carovane nel deserto — è abbagliante nella sua sobrietà. E poi c’è Lyabi-Khauz, la piazza attorno allo stagno, dove la sera la gente si siede nei caffè all’aperto e il tempo sembra fermarsi in un modo che non ha niente di malinconico.

Una notte fuori città, nel deserto del Kyzylkum — le “sabbie rosse” — è possibile, e assolutamente consigliata: yurte, cielo stellato, fuoco e canti popolari uzbeki. Un’esperienza che ha tutto il sapore del mondo antico.

Giorni 6-7 — Khiva: la città museo intatta

Khiva è diversa. È una città-museo vivente — l’Ichan Kala, la parte murata, è un labirinto di madrase, moschee, minareti e case tradizionali quasi completamente intatti. Il minareto di Kalta Minor, incompiuto e tozzo, con le sue piastrelle turchesi che brillano al sole, ha una stranezza magnetica: fu interrotto bruscamente alla morte del khan che l’aveva commissionato, e nessuno ha mai avuto il coraggio — o forse la voglia — di finirlo.

Khiva si gira a piedi, senza fretta, fermandosi in una bottega di ceramiche, assaggiando le focacce *lepyoshki* — piatte e croccanti, diverse da quelle di Samarcanda — sedendosi in un cortile a bere tè. È il tipo di posto che ti fa capire perché certi viaggiatori ci tornano ogni anno.

Giorni 8-9 — Valle di Fergana: l’anima artigiana dell’Uzbekistan

La Valle di Fergana è la parte meno turistica e forse più autentica del paese. Qui si producono i tessuti tradizionali uzbeki — i famosi “ikat”, con i loro motivi a fiamma — e le ceramiche di Rishtan, blu e bianche come un sogno Ming. Nei laboratori artigianali si può assistere al processo di tintura della seta, al tornio, alla pittura a mano. Comprare qualcosa direttamente da chi lo ha fatto ha un peso diverso.

Giorno 10 — Rientro a Tashkent

L’ultimo giorno è per un ultimo giro al bazar, per cercare frutta secca — le albicocche secche uzbeke sono le migliori che abbia mai immaginato di assaggiare — e per sedersi in un “chaykhana”, una casa del tè, a sorseggiare tè verde in piccole ciotole senza manico. I piatti che avrei voluto mangiare in questi dieci giorni: il “plov”, il piatto nazionale, riso con carne e carote cotto in enormi padelle di ghisa; i “samsa”, fagottini di pasta sfoglia ripieni di carne e cipolle, cotti nel forno tandoor; i “manti”, grandi ravioli a vapore serviti con panna acida. Una cucina che ha la profondità di tutto ciò che l’Asia Centrale ha incrociato nei secoli.

L’Uzbekistan non è una destinazione difficile, tecnicamente. Non richiede vaccini particolari, non è pericolosa, non chiede uno sforzo fisico estremo. Chiede solo tempo — e quella qualità sempre più rara che è l’attenzione. La capacità di stare davanti a una madrasa del XV secolo senza guardare lo schermo del telefono. Di aspettare che gli occhi si abituino al blu prima di scattare la foto.

Forse è per questo che continuo a rimandare. Non ho paura del viaggio — ho rispetto per quello che merita. L’Uzbekistan non si visita di corsa. Si assapora lentamente, come il tè nella chaykhana, come i mosaici del Registan che cambiano colore con la luce del giorno.

Ci andrò quando avrò davvero dieci giorni — dieci giorni interi, non rubati, non compressi. Quando potrò sedermi sulla scalinata del Registan all’alba, quando la piazza è ancora vuota, e sentire quel silenzio di tremila anni posarsi sulle spalle.

Per ora, il sogno è abbastanza. Per ora.

Andra Juhasz

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