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Quando la corruzione uccide: il filo invisibile tra Crans-Montana e Colectiv

La strage di Crans-Montana è stata raccontata come un evento drammatico, complesso, ancora tutto da chiarire. Ma c’è una chiave di lettura che spesso resta sullo sfondo e che invece merita di essere messa al centro: la corruzione. Non intesa solo come reato penale, ma come sistema di abitudini, omissioni e tolleranze che trasformano il rischio in normalità.

Le grandi tragedie collettive raramente nascono da un singolo errore. Sono quasi sempre il punto di arrivo di una lunga sequenza di decisioni sbagliate, controlli mancati, responsabilità diluite. Il giorno della strage non segna l’inizio della storia, ma la sua conclusione.

Nel caso di Crans-Montana, ciò che colpisce è proprio questo: l’idea che il pericolo fosse noto, che i segnali esistessero, e che tuttavia siano stati accettati, rimandati, normalizzati. Quando le regole diventano flessibili e la sicurezza una formalità, il disastro smette di essere un’ipotesi remota e diventa solo una questione di tempo.

Un meccanismo sorprendentemente simile a quello che, dieci anni fa, portò alla tragedia del Colectiv a Bucarest. Nel 2015, un incendio in un locale notturno durante un concerto causò 64 morti. Anche allora, inizialmente, si parlò di fatalità. Poi emerse la realtà: il club non rispettava le norme di sicurezza, le autorizzazioni erano irregolari, i controlli inesistenti o comprati. Molte vittime morirono nei giorni successivi, non per le ustioni, ma per infezioni contratte in ospedali impreparati, anch’essi vittime di un sistema corrotto.

Dopo Colectiv, la Romania scese in piazza. Il messaggio era semplice e diretto: “La corruzione uccide”. Non uno slogan emotivo, ma una presa di coscienza collettiva. Perché in quel caso la corruzione non era un contorno della tragedia: ne era la causa strutturale.

Crans-Montana e Colectiv appartengono a contesti diversi, ma sono legati da un filo invisibile. Lo stesso filo che ritroviamo in altre tragedie europee degli ultimi anni. Il crollo del Ponte Morandi a Genova nel 2018, preceduto da anni di allarmi sullo stato dell’infrastruttura. L’incendio della Grenfell Tower a Londra nel 2017, dove materiali scelti per risparmiare costi trasformarono un palazzo in una trappola mortale. In tutti questi casi le norme esistevano. Ciò che mancava era la volontà di applicarle.

Il problema, dunque, non è l’assenza di leggi o regolamenti. È la loro sistematica disattivazione. È l’idea che si possa chiudere un occhio, accelerare una pratica, rinviare un intervento, perché “non è mai successo niente”. Finché succede.

Anche il dopo segue sempre lo stesso copione. Indignazione, promesse, commissioni d’inchiesta, parole come “mai più”. Poi il tempo passa, l’attenzione cala, e il sistema torna lentamente a funzionare come prima. È in questo spazio, tra memoria e oblio, che la corruzione continua a prosperare.

Chiamare queste tragedie “incidenti” è rassicurante. Parlare di responsabilità sistemiche è molto più scomodo. Ma necessario. Perché le vittime di Crans-Montana, come quelle di Colectiv, non sono morte per sfortuna. Sono morte perché qualcuno, lungo la catena delle decisioni, ha scelto di considerare le regole opzionali.

E finché continueremo a raccontare queste storie senza chiamare la corruzione con il suo nome, continueremo anche a contarne le conseguenze. Una strage alla volta.

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