News in Pillole

Albania, la terra si vende: dalle spiagge di Valona all’isola di Sazan, i cittadini scendono in piazza contro la svendita del territorio a investitori stranieri

 

C’è un cartello che riassume tutto. Lo portavano in mano i manifestanti riuniti davanti al Ministero dell’Ambiente di Tirana il 27 maggio 2026, pochi giorni fa: “Da Rrjolli al Pishë-Poro — Basta!” Un grido che unisce il nord e il sud del paese, un filo rosso che collega comunità lontane accomunate dalla stessa paura: perdere la propria terra, la propria costa, il proprio ecosistema, consegnati in silenzio a interessi stranieri.

L’Albania del premier Edi Rama — rieletto per il quarto mandato consecutivo con il 52% dei voti nel maggio 2025, saldamente al potere dal 2013 — si presenta al mondo come un paese in corsa verso l’Europa e il turismo di lusso. Ma sotto la superficie patinata della “riviera dei Balcani”, qualcosa sta bruciando.

Il caso Pishë Poro-Narta: bulldozer in un’area protetta

L’ultimo episodio, in ordine di tempo, è emblematico. L’area di Pishë Poro-Narta, a nord di Valona, fa parte del complesso di zone umide vicino al Delta del Vjosa ed è classificata come “Paesaggio Protetto” — uno status che, per legge, consente solo interventi limitati. Da oltre un mese, prima che i manifestanti si mobilitassero, nella zona erano entrati mezzi pesanti: boschi rimossi, dune distrutte, recinzioni di filo spinato installate, con il collegamento tra il mare e la laguna fisicamente bloccato.

Nessuna comunicazione pubblica, nessuna trasparenza da parte dello Stato su chi stesse costruendo e cosa.

Solo dopo le proteste è emerso il nome della società responsabile: la “Zvërnec South Adriatic Development”, autorizzata con un permesso del Consiglio Territoriale Nazionale del 29 aprile 2026 — che però non è mai stato reso pubblico. Dietro la società ci sono un cittadino olandese e una cittadina bulgara, fino ad allora completamente sconosciuti al pubblico albanese. Il progetto prevede residenze, hotel fino a otto piani e un porto, in una delle zone a maggiore biodiversità dell’intera costa albanese.

“Da oltre un mese i mezzi sono entrati illegalmente nell’area, rimuovendo zone boschive, distruggendo le dune e persino bloccando il collegamento tra il mare e la laguna”, ha denunciato l’attivista ambientale Zydjon Vorpsi, dell’organizzazione PPNEA (Preservation and Protection of Natural Environment in Albania).

L’isola di Sazan: la “Trump Island” nel Canale d’Otranto

Ma il caso che più ha infiammato l’opinione pubblica albanese — e non solo — porta il nome di una delle famiglie più potenti degli Stati Uniti.

Nell’estate del 2025 è diventato ufficiale: Ivanka Trump e il marito Jared Kushner, attraverso la società Affinity Partners, hanno ottenuto il via libera dal governo albanese per trasformare l’isola di Sazan in un mega-resort di lusso. Un investimento da oltre 1,4 miliardi di dollari per la costruzione di ville, strutture ricettive e una marina su circa 45 ettari — l’8% dell’intera superficie dell’isola.

Sazan non è un’isola qualunque. Situata nel Canale d’Otranto a 75 chilometri dalla costa pugliese, fa parte del Parco Nazionale Marino Karaburun-Sazan, l’unica area marina protetta dell’Albania. È incontaminata, selvaggia, ricca di pini marittimi, lavanda e scogliere. Per decenni, dal 1946 al 1991, il regime comunista di Enver Hoxha la trasformò in una base militare inaccessibile. Oggi attrae ogni estate migliaia di turisti albanesi e stranieri, raggiungibile da Valona a prezzi accessibili.

La trattativa con i Kushner — formalmente un “investimento strategico” approvato dal Comitato per gli Investimenti Strategici, non una vendita diretta — è rimasta in gran parte segreta fino alla sua divulgazione. Né i residenti locali né i parlamentari albanesi ne erano stati informati.

In Albania è nata subito una nuova espressione popolare: “Ishulli i Trumpëve” — l’Isola dei Trump. Non un complimento.

Thethi: quando la comunità blocca la polizia al ponte

Il fenomeno non si limita alla costa. Nell’entroterra montuoso del nord, nel villaggio di Thethi — cuore delle Alpi Albanesi e meta sempre più popolare per l’ecoturismo — gli abitanti storici sono scesi in campo contro le demolizioni delle loro case e la sottrazione delle terre di famiglia.

La scena più simbolica: la comunità che blocca la polizia al ponte di accesso al paese, impedendo fisicamente un intervento delle forze dell’ordine percepito come lo strumento di un’espropriazione ingiusta. Non una rivolta, ma una resistenza silenziosa e determinata, quella di persone che vivono e custodiscono quei territori da generazioni.

Un modello di sviluppo senza trasparenza né partecipazione

Il filo che collega tutti questi episodi — da Pishë Poro-Narta a Sazan, da Thethi alla zona di Zvërnec — è sempre lo stesso: decisioni prese senza consultazione pubblica, permessi concessi in opacità, aree protette “alleggerite” dei loro vincoli per fare spazio agli investitori. Il tutto sotto la regia di un governo che ha fatto del turismo e degli investimenti stranieri il suo cavallo di battaglia.

Edi Rama, del resto, non ha mai nascosto la sua visione. Nel marzo 2026, rivolgendosi agli investitori internazionali all’evento “MatchMaker Albania 2026”, ha risposto alle critiche sulla corruzione con un appello diretto: “Lasciateci fare il nostro lavoro”.

Ma per molti albanesi il problema non è la corruzione in astratto. È più concreto: chi decide cosa fare delle spiagge, delle isole, delle montagne del paese? E a vantaggio di chi?

Gli attivisti ambientali, le comunità locali e una parte sempre più ampia della società civile rispondono con cartelli, presidi e blocchi stradali. Il messaggio è chiaro: la “gemma nella corona dorata del turismo nel Mediterraneo” — come Rama ha definito l’Albania per attirare i Kushner — rischia di essere una gemma che gli albanesi non potranno più permettersi di visitare.

Fonti: Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, Il Post, Today.it, Articolo21, ItalBalkanika, Agenzia Nova

 

Related posts

Perché piangiamo Jota? Il meccanismo scientifico dell’empatia

Andra Juhasz

Ventotene tradito? Il Manifesto che divide la politica italiana

Andra Juhasz

30 anni dalla morte di Massimo Troisi

Andra Juhasz