Dalla fine della dittatura militare alla stagione delle riforme sociali, dalla crisi del Partito dei Lavoratori all’ascesa della destra di Jair Bolsonaro: la vittoria del 25 ottobre 2026 riporta Lula al centro della scena politica brasiliana e riapre una pagina decisiva della storia democratica del Paese.
La rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva alla presidenza del Brasile non è soltanto un risultato elettorale. È l’ultimo capitolo di una lunga vicenda politica attraversata da trasformazioni economiche, scandali giudiziari, conflitti sociali e una crescente contrapposizione ideologica.
Il 25 ottobre 2026, al secondo turno delle elezioni presidenziali, Lula ha ottenuto il 51,79% dei voti validi, contro il 48,21% del senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Il risultato ha ribaltato quello del primo turno del 4 ottobre, quando era stato Flávio Bolsonaro a classificarsi al primo posto.
Con oltre 64 milioni di voti, Lula ha conquistato un quarto mandato presidenziale non consecutivo, un risultato senza precedenti nella storia delle elezioni presidenziali dirette brasiliane. La vittoria, tuttavia, non cancella le divisioni emerse durante la campagna elettorale: quasi la metà degli elettori che hanno espresso un voto valido ha scelto il suo avversario.
Per comprendere il significato di questo risultato occorre tornare alle origini della democrazia brasiliana contemporanea.
Dalla dittatura alla democrazia: il voto torna ai cittadini
Dal 1964 al 1985, il Brasile è stato governato da un regime militare. La transizione verso la democrazia fu lunga e complessa, accompagnata da mobilitazioni popolari, richieste di libertà politiche e rivendicazioni per il ritorno delle elezioni presidenziali dirette.
Nel 1985, Tancredo Neves fu eletto presidente attraverso un collegio elettorale, ma morì prima di assumere l’incarico. Gli succedette il vicepresidente eletto José Sarney, che guidò il Paese durante una fase delicata della transizione.
La svolta arrivò nel 1988 con l’approvazione di una nuova Costituzione democratica. L’anno successivo, nel 1989, i brasiliani tornarono a scegliere direttamente il presidente della Repubblica per la prima volta dal 1960.
Fu una competizione combattuta da numerosi candidati, in un sistema politico in rapida trasformazione. Al secondo turno si affrontarono Fernando Collor de Mello e Lula, espressione di due visioni differenti del futuro del Paese.
A vincere fu Collor, candidato che si presentava come interprete del rinnovamento e della lotta alla corruzione. Lula, leader sindacale e fondatore del Partito dei Lavoratori, uscì sconfitto ma consolidò la propria posizione come figura centrale della sinistra brasiliana.
La democrazia era tornata, ma restavano aperte le grandi questioni che avrebbero segnato i decenni successivi: disuguaglianze economiche, povertà, inflazione e accesso ai servizi essenziali.
Gli anni Novanta: la stabilizzazione economica e l’era di Fernando Henrique Cardoso
La presidenza Collor terminò nel 1992, quando il presidente lasciò l’incarico durante una procedura di impeachment legata a uno scandalo di corruzione. Il vicepresidente Itamar Franco completò il mandato e avviò una fase importante per la stabilizzazione economica.
Fu in questo contesto che emerse Fernando Henrique Cardoso, sociologo ed economista, protagonista del Piano Real, introdotto nel 1994 per contrastare l’iperinflazione.
Cardoso fu eletto presidente nel 1994 e rieletto nel 1998. I suoi governi contribuirono alla stabilizzazione monetaria e promossero riforme economiche, privatizzazioni e una maggiore apertura ai mercati.
Quella stagione non risolse però le profonde disparità sociali del Brasile. La povertà, la distribuzione diseguale della ricchezza e le difficoltà di accesso a istruzione e servizi continuarono a rappresentare problemi centrali.
Fu proprio su queste fratture che Lula costruì progressivamente la propria proposta politica, presentandosi come alternativa a un modello economico che, pur avendo ridotto l’inflazione, non aveva eliminato le disuguaglianze.
2002: Lula conquista la presidenza
Nel 2002 Lula riuscì finalmente a vincere le elezioni presidenziali. La sua affermazione rappresentò un passaggio storico: per la prima volta, un ex operaio e dirigente sindacale arrivava alla guida del più grande Paese dell’America Latina.
Il Partito dei Lavoratori, nato nel 1980, aveva costruito la propria identità attorno ai diritti dei lavoratori, alla giustizia sociale e alla riduzione delle disuguaglianze.
Una volta al governo, Lula adottò una linea pragmatica, mantenendo alcuni elementi di continuità nella gestione macroeconomica e ampliando parallelamente le politiche sociali.
Programmi come Bolsa Família, destinato al sostegno economico delle famiglie a basso reddito, contribuirono a rafforzare il consenso del governo. Durante i suoi primi due mandati, dal 2003 al 2010, il Brasile beneficiò inoltre di un contesto internazionale favorevole alle esportazioni di materie prime.
La crescita economica e le politiche redistributive contribuirono a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone e a rafforzare il ruolo internazionale del Brasile.
Nel 2006 Lula fu rieletto. Alla fine del suo secondo mandato godeva di un consenso molto elevato, anche se le contraddizioni del sistema politico e gli scandali che coinvolgevano esponenti del suo partito avevano già iniziato a incrinare l’immagine del governo.
Dilma Rousseff e la crisi del progetto progressista
Nel 2010 Lula sostenne la candidatura di Dilma Rousseff, sua ministra e compagna di partito. Rousseff vinse le elezioni e divenne la prima donna presidente del Brasile. Fu riconfermata nel 2014.
La sua presidenza coincise con una fase economica molto più difficile rispetto a quella dei primi anni di Lula. Il rallentamento della crescita, le tensioni sui conti pubblici e l’aumento del malcontento sociale contribuirono a indebolire il governo.
Nel 2013, manifestazioni di massa attraversarono numerose città brasiliane. Le proteste erano inizialmente legate al costo dei trasporti pubblici, ma si estesero rapidamente ad altre questioni: qualità dei servizi pubblici, spesa per i grandi eventi sportivi, corruzione e sfiducia nelle istituzioni.
Nel frattempo, le indagini anticorruzione dell’operazione Lava Jato, avviata nel 2014, portarono alla luce un vasto sistema di tangenti e finanziamenti illeciti collegato a imprese, politici e dirigenti della compagnia petrolifera statale Petrobras.
Lo scandalo coinvolse esponenti di diversi partiti, compreso il Partito dei Lavoratori, aggravando la crisi di credibilità della classe politica.
Nel 2016 Dilma Rousseff fu rimossa dalla presidenza attraverso una procedura di impeachment, formalmente legata a irregolarità nella gestione dei conti pubblici. I suoi sostenitori denunciarono una manovra politica per rovesciare il governo; gli oppositori difesero invece la legittimità della procedura.
Il vicepresidente Michel Temer assunse la presidenza.
La crisi segnò una frattura profonda nella politica brasiliana e contribuì a indebolire il campo progressista, aprendo nuovi spazi alla destra.
Lula fuori dalla corsa e l’ascesa di Jair Bolsonaro
Nel 2018 Lula era ancora una figura politica popolare, ma fu escluso dalla competizione presidenziale a seguito di una condanna per corruzione e riciclaggio, poi annullata nel 2021 dalla Corte Suprema brasiliana per questioni di competenza giudiziaria. La Corte riconobbe inoltre la mancanza di imparzialità del giudice Sérgio Moro nel caso che aveva portato alla condanna di Lula.
Queste decisioni riaprirono la strada al suo ritorno politico, ma non cancellarono il dibattito sulle responsabilità della sua stagione di governo.
Nelle elezioni del 2018 emerse con forza Jair Bolsonaro, ex militare e politico di destra che costruì la propria campagna sulla sicurezza pubblica, sulla lotta alla corruzione e su posizioni conservatrici in materia di valori sociali.
Bolsonaro seppe intercettare il malcontento di una parte dell’elettorato verso il Partito dei Lavoratori, rafforzando un movimento caratterizzato da nazionalismo, conservatorismo sociale e ostilità nei confronti della sinistra.
La sua vittoria segnò una svolta nella politica brasiliana. Il Paese si avviò verso una fase in cui lo scontro tra i sostenitori di Bolsonaro e quelli di Lula sarebbe diventato il principale asse della competizione politica.
Durante la presidenza Bolsonaro, dal 2019 al 2022, il Brasile affrontò la pandemia di Covid-19, con forti controversie sulla gestione sanitaria, e un acceso dibattito sulla protezione dell’Amazzonia e sulle politiche ambientali.
Il governo adottò inoltre una linea più conservatrice sul piano sociale e si caratterizzò per frequenti tensioni con istituzioni, opposizioni e organi di informazione.
Il 2022: Lula torna alla presidenza
Dopo il ripristino dei suoi diritti politici, Lula tornò a candidarsi alle presidenziali del 2022. La campagna elettorale fu dominata dalla contrapposizione tra due modelli politici e dalla forte personalizzazione dello scontro.
Lula vinse il ballottaggio con il 50,9% dei voti validi, contro il 49,1% di Bolsonaro. Fu una delle elezioni più combattute della storia democratica brasiliana.
Il risultato riportò al potere il Partito dei Lavoratori, ma non consegnò a Lula un Paese politicamente unito. Bolsonaro conservò un seguito consistente e la destra mantenne una presenza importante nelle istituzioni.
L’8 gennaio 2023, una settimana dopo l’insediamento di Lula, migliaia di sostenitori di Bolsonaro assaltarono a Brasília il Congresso, il palazzo presidenziale e la sede della Corte Suprema. I manifestanti contestavano il risultato elettorale e chiedevano un intervento contro il nuovo governo.
L’assalto richiamò alla memoria altri episodi di contestazione violenta delle istituzioni democratiche, mostrando quanto la polarizzazione avesse superato i confini della normale competizione politica.
Nel suo terzo mandato, Lula ha puntato sul contrasto alla povertà, sulla riduzione delle disuguaglianze, sulla tutela ambientale e sul rilancio del ruolo internazionale del Brasile. Il governo ha ottenuto risultati in alcuni ambiti, tra cui la riduzione della deforestazione amazzonica, ma ha continuato a confrontarsi con critiche sul costo della vita, sulla sicurezza pubblica e sulla capacità di tradurre gli obiettivi sociali in miglioramenti percepiti da tutti i cittadini.
2026: la sfida di Flávio Bolsonaro e il ribaltamento al ballottaggio
Le elezioni del 2026 hanno riportato al centro della scena la contrapposizione tra Lula e la famiglia Bolsonaro.
A sfidare il presidente uscente è stato Flávio Bolsonaro, senatore e figlio maggiore dell’ex presidente Jair Bolsonaro. La sua candidatura ha dato continuità politica al movimento conservatore costruito dal padre, intercettando il consenso di una parte consistente dell’elettorato.
Il primo turno del 4 ottobre si è concluso con Flávio Bolsonaro al 47,03% dei voti validi e Lula al 45,16%. Nessuno dei candidati aveva raggiunto la maggioranza assoluta necessaria per essere eletto direttamente.
Il ballottaggio del 25 ottobre ha però modificato gli equilibri. Lula ha ottenuto il 51,79% dei voti validi, contro il 48,21% del suo avversario, recuperando lo svantaggio del primo turno.
Secondo i dati ufficiali del Tribunale superiore elettorale brasiliano, Lula ha raccolto 64.256.232 voti, mentre Flávio Bolsonaro ne ha ottenuti 59.826.041.
La competizione è stata accompagnata da polemiche anche sulla gestione delle operazioni di voto. Il tribunale elettorale ha disposto una proroga dell’orario in alcuni seggi ancora aperti, in seguito alle segnalazioni di difficoltà nel trasporto degli elettori. La misura ha alimentato contestazioni politiche, ma il risultato finale è stato annunciato dalle autorità elettorali.
La vittoria di Lula rappresenta un caso inedito nella storia delle elezioni presidenziali dirette brasiliane: per la prima volta, un candidato arrivato secondo al primo turno è riuscito a ribaltare il risultato al ballottaggio e a conquistare la presidenza.
Il nuovo mandato, che inizierà nel gennaio 2027, sarà però condizionato da una realtà politica complessa. Il Congresso resta frammentato e la destra dispone di una presenza significativa, mentre le forze centriste continuano a essere determinanti per la formazione delle maggioranze parlamentari.
Un Paese diviso tra due visioni del futuro
La vittoria di Lula non può essere interpretata semplicemente come una sconfitta definitiva del bolsonarismo. Il risultato dimostra piuttosto che il Brasile resta diviso tra due aree politiche capaci di mobilitare milioni di elettori.
Da una parte, Lula e il Partito dei Lavoratori propongono un modello fondato sulla redistribuzione, sulle politiche sociali, sulla tutela ambientale e sul ruolo dello Stato nello sviluppo economico.
Dall’altra, il movimento Bolsonaro raccoglie consensi attraverso posizioni conservatrici, una linea più dura sulla sicurezza pubblica, la critica alla sinistra e la difesa di una diversa concezione dei rapporti tra Stato, economia e società.
La contrapposizione non è soltanto ideologica. È legata anche alle differenti esperienze sociali, alle disuguaglianze territoriali, alle aspettative economiche e al rapporto di fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni.
Sul piano internazionale, il risultato mantiene il Brasile sotto una leadership che ha puntato sul rafforzamento dei rapporti con i Paesi emergenti, sulla cooperazione multilaterale e su una maggiore autonomia strategica. Il governo dovrà comunque gestire relazioni complesse con gli Stati Uniti, la Cina e gli altri principali partner commerciali.
Resta poi la questione ambientale. L’Amazzonia, fondamentale per gli equilibri climatici globali, continua a rappresentare uno dei principali terreni di confronto tra sviluppo economico, interessi agricoli, tutela degli ecosistemi e impegni internazionali.
La sfida che attende Lula
Il quarto mandato non consecutivo consegna a Lula un primato storico, ma anche una responsabilità politica considerevole.
La sua lunga carriera attraversa quasi tutta la storia della democrazia brasiliana contemporanea: dagli scioperi sindacali durante la dittatura alle prime sconfitte elettorali, dalle riforme sociali dei primi anni Duemila alla crisi giudiziaria, fino al ritorno alla presidenza nel 2023 e alla nuova vittoria del 2026.
Il suo percorso testimonia la capacità di sopravvivenza politica di un leader, ma anche la difficoltà del Brasile a superare divisioni profonde.
La domanda che accompagnerà il nuovo governo non sarà soltanto se Lula riuscirà a mantenere le promesse della campagna elettorale. Sarà soprattutto se il Paese riuscirà a trasformare una vittoria elettorale in un’occasione per ricostruire la fiducia nelle istituzioni, affrontare le disuguaglianze e ridurre la conflittualità politica.
Perché il risultato del 25 ottobre ha scelto un presidente, ma non ha risolto le tensioni che attraversano il Brasile. E il futuro della sua democrazia dipenderà anche dalla capacità delle istituzioni e delle forze politiche di convivere con un dissenso che, dopo anni di scontri, rimane profondo.
