Se potessi partire domani per la Mongolia…
C’è un paese dove l’orizzonte sembra non finire mai e la densità abitativa è tra le più basse del pianeta: poco più di due persone per chilometro quadrato. La Mongolia è il paese delle steppe, del deserto del Gobi, dei cavalli e delle ger, le tradizionali abitazioni circolari dei nomadi. È la terra di Gengis Khan, da cui nacque il più grande impero contiguo della storia. È un luogo dove la tradizione pastorale continua a essere parte della vita quotidiana, mentre Ulaanbaatar cresce e guarda verso la modernità. Ed è lontana. Ed è logisticamente complessa. Ed è un paese dove l’avventura non è un optional. Ma se potessi, anche solo per due settimane, mi perderei in quelle steppe sconfinate, tra ger illuminate dalla luna e dune che cambiano colore al tramonto.
La realtà dei numeri: perché la Mongolia non è ancora una destinazione facile. La popolazione supera i 3,5 milioni di abitanti su oltre 1,5 milioni di chilometri quadrati. La densità è di circa 2,2 abitanti per chilometro quadrato. Secondo la Banca Mondiale, i pastori nomadi tradizionali rappresentano circa il 30% della popolazione, mentre quasi metà dei mongoli vive nell’area di Ulaanbaatar. Dall’Italia non ci sono collegamenti diretti e il viaggio richiede almeno uno scalo, spesso da Istanbul, Seoul o Pechino. Fuori dalla capitale molti itinerari si sviluppano su lunghe distanze e strade sterrate. Per raggiungere il Gobi o le steppe remote, un fuoristrada con autista e guida locale è spesso la soluzione più pratica. Per un viaggio di circa 12 giorni, metterei in conto un budget di alcune migliaia di euro a persona, con forte variabilità legata a voli, stagione e tipo di tour. E se potessi permettermelo, ecco cosa farei.
Giorno 1-2: Ulaanbaatar, il contrasto impossibile.
Il viaggio inizierebbe a Ulaanbaatar. La capitale mongola è il primo grande contrasto: grattacieli e quartieri di ger, automobili e cavalli, giovani con lo smartphone e tradizioni vive. Il Monastero di Gandan sarebbe la prima tappa, uno dei principali centri buddhisti del paese, sopravvissuto alle repressioni staliniste. Qui si trova la grande statua di Megjid Janraisig, alta circa 26 metri, ricostruita dopo la fine del regime socialista. Poi il Museo Nazionale, per mettere ordine nella storia di un paese che ha attraversato imperi, buddhismo, dominio cinese, rivoluzione e democrazia. La sera, una cena mongola: khorhog, buuz, tsuivan e suutei tsai. Carne, pasta, ravioli e tè al latte salato. Sapori diversi dai nostri, ma proprio per questo parte dell’esperienza.
Giorno 3-4: le steppe e la prima notte in ger.
Il terzo giorno lascerei Ulaanbaatar. Il Parco Nazionale di Gorkhi-Terelj sarebbe una prima introduzione al paesaggio mongolo: montagne, vallate, formazioni granitiche e grandi spazi aperti. Tra le formazioni più conosciute c’è la Tartaruga di Pietra. Ma il vero obiettivo sarebbe dormire in una ger, il termine mongolo per la tradizionale abitazione circolare dei pastori nomadi. La struttura è progettata per essere smontata, trasportata e rimontata rapidamente, caratteristica fondamentale per una società che segue stagionalmente i pascoli. All’interno, ogni cosa ha una funzione: il focolare occupa una posizione centrale, la disposizione degli spazi segue regole tradizionali. E poi c’è l’ospitalità. Una famiglia potrebbe offrire airag, il latte di giumenta fermentato, oppure prodotti caseari. Non sarebbe tanto il gusto a rimanermi impresso quanto il gesto: entrare nella casa di una famiglia e condividere una parte della sua quotidianità.
Giorno 5-7: a cavallo tra le valli e i monasteri.
Il cavallo è profondamente legato alla storia e alla cultura mongola. Vorrei trascorrere qualche giorno a cavallo, non una passeggiata turistica di un’ora, ma un itinerario attraverso valli e pascoli con una guida locale. I cavalli mongoli sono piccoli e robusti, adattati da secoli alle condizioni dure delle steppe. Non hanno l’aspetto elegante dei cavalli europei, ma sono straordinariamente resistenti. Durante il percorso vorrei attraversare pascoli, incontrare mandrie di cavalli, yak, pecore e capre, e fermarmi in qualche comunità locale. Una tappa sarebbe Erdene Zuu, uno dei monasteri più importanti della Mongolia. Fondato nel 1586 nei pressi dell’antica capitale Karakorum, fu costruito usando anche materiali delle rovine della città. Il complesso è circondato da 108 stupa, numero simbolicamente importante nel buddhismo. Colpito dalle repressioni degli anni Trenta, parte del complesso è sopravvissuta ed è oggi uno dei principali siti storici del paese. E poi vorrei fermarmi presso una famiglia nomade. Imparare qualcosa di pratico. Vedere come si prepara un prodotto caseario. Ascoltare musica tradizionale. E la sera, restare fuori dalla ger a guardare il cielo. Perché in un territorio così vasto, il cielo notturno è parte integrante del viaggio.
Giorno 8-10: il deserto del Gobi.
La seconda parte del viaggio porterebbe verso sud, nel Gobi. E qui arriverebbe un’altra sorpresa: il Gobi non è semplicemente un’immensa distesa di sabbia. È un ecosistema vario, fatto di pianure aride, montagne, gole, formazioni rocciose e aree dunali. La prima tappa sarebbe Bayanzag, le celebri Flaming Cliffs. È qui che le spedizioni di Roy Chapman Andrews degli anni Venti portarono alla scoperta di importanti fossili di dinosauri e, nel 1923, dei famosi nidi di uova fossilizzate. Camminare tra le rocce rosse al tramonto deve essere uno di quei momenti in cui la realtà sembra costruita per un film. Ma il Gobi non finirebbe lì. Arriverebbero le dune di Khongoryn Els, tra le più spettacolari della Mongolia. Alcune raggiungono centinaia di metri di altezza e, quando il vento e la sabbia producono il caratteristico suono, vengono chiamate le dune cantanti. Salirei sulla cresta al tramonto. Non per fare la foto perfetta, anche se probabilmente la farei comunque. Ma per guardare semplicemente il paesaggio. Sabbia, cielo e un orizzonte che sembra non avere fine. Nel Gobi dormirei ancora in una ger camp, questa volta pensata per i viaggiatori. E probabilmente scoprirei che il deserto di notte è molto meno caldo di quanto immaginassi.
Giorno 11-12: il Naadam e il ritorno.
Se organizzassi il viaggio per luglio, cercherei di farlo coincidere con il Naadam, la più importante celebrazione nazionale mongola, che si svolge dall’11 al 13 luglio. Il festival ruota attorno alle tre discipline tradizionali: lotta mongola, tiro con l’arco e corse di cavalli. Sono soprattutto queste ultime a incuriosirmi. Le corse mongole non assomigliano alle corse ippiche europee. I cavalli percorrono lunghe distanze attraverso la steppa e i fantini sono tradizionalmente bambini. È una tradizione che racconta il rapporto profondo tra cavallo, territorio e cultura mongola. L’ultimo giorno sarebbe anche un viaggio gastronomico. Buuz, ravioli al vapore ripieni di carne. Tsuivan, pasta cotta con carne e verdure. Khorhog, carne cucinata con pietre calde. Airag, latte di giumenta fermentato. E tanti prodotti caseari che raccontano una cucina nata dove allevamento e sopravvivenza sono stati per secoli legati.
Il viaggio che aspetta il suo momento. E così finirebbe questo viaggio immaginario nelle steppe della Mongolia. Perché la Mongolia non è una destinazione facile. È lontana. È enorme. Le distanze sono reali e gli spostamenti possono richiedere molte ore. Fuori dalle città, le infrastrutture sono limitate e un itinerario ben organizzato può fare una differenza enorme. Ma è proprio questa combinazione a renderla irresistibile. Non è un paese rimasto fermo nel passato. La Mongolia contemporanea è una società moderna, con una capitale in rapida trasformazione e giovani connessi al mondo. E allo stesso tempo, in vaste aree del paese, il pastoralismo nomade continua a essere una parte concreta della vita quotidiana. Circa il 30% della popolazione è ancora impegnato nel pastoralismo nomade. È questo contrasto che vorrei vedere. Una ger accanto a un fuoristrada. Un pastore con il telefono in mano. Un monastero antico a poche ore da una capitale moderna. Forse è proprio questo il vero fascino della Mongolia: non un paese congelato nel passato, ma un luogo in cui passato e presente convivono in maniera visibile. Per ora resto qui, con i miei libri sulla storia dell’impero mongolo, i documentari sulle steppe e i miei sogni a occhi aperti di un orizzonte senza confini. Studio le rotte, le stagioni, i percorsi e i tour operator. Perché sognare non significa soltanto desiderare. Significa anche prepararsi. E in questo caso, probabilmente, significa anche imparare ad andare a cavallo. La Mongolia mi aspetta. Sconfinata, lontana, complessa. E un giorno, quando finalmente arriverà il momento di volare verso Ulaanbaatar, attraversare le steppe e sentire il vento in faccia mentre cavalco verso l’orizzonte, forse capirò che il sogno valeva davvero tutta l’attesa.
Andra Juhasz
