Il mondo dell’eleganza ha perso il suo Imperatore. Si è spento lunedì 19 gennaio, nella sua amata residenza romana, Valentino Garavani. Aveva novantatré anni. Accanto a lui, in quell’ultimo, silenzioso passaggio, le persone più care. La sua scomparsa non segna soltanto la fine di una straordinaria carriera, ma la chiusura di un capitolo irripetibile nella storia della moda, dove il nome Valentino ha rappresentato per decenni un faro di bellezza assoluta, di disciplina artigianale e di una visione della femminilità tanto potente da diventare universale. Per rendere omaggio alla sua figura, è stata allestita per tre giorni una camera ardente a Palazzo Mignanelli, storica sede della maison in Piazza Mignanelli, mentre i funerali si sono tenuti venerdì 23 gennaio nella solenne cornice della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma. Un’ultima, commossa celebrazione nella città che egli scelse come cuore del suo universo creativo e che divenne parte integrante del suo mito.
Valentino Garavani nasce a Voghera l’11 maggio 1932, figlio di un elettricista. La sua è una storia di vocazione precoce e di determinazione ferrea, il classico destino italiano costruito passo dopo passo, partendo da un’idea semplice eppure totalizzante: il culto del bello. Sin da giovanissimo, la sua strada appare tracciata. Compie i primi studi a Milano, ma è Parigi, con la sua aura leggendaria, a chiamarlo per completare la formazione. All’École des Beaux-Arts e alla prestigiosa Chambre Syndicale de la Couture, il giovane Valentino assorbe i fondamenti della tecnica, il rigore del métier, l’amore per la costruzione sartoriale. Rientra in Italia alla fine degli anni Cinquanta, un periodo di fermento e rinascita, e la sua scelta cade su Roma. Non Milano, centro industriale, ma la Città Eterna, con la sua luce dorata, la sua storia stratificata, la sua innata teatralità. Roma diventa il palcoscenico perfetto, la musa costante, lo sfondo ideale per una bellezza che ambisce a essere senza tempo.
Nel 1959 fonda la maison Valentino in via Condotti. Gli inizi, come spesso accade anche per i geni, non sono facili. Il vero punto di svolta, però, non è solo creativo, ma umano e imprenditoriale: l’incontro con Giancarlo Giammetti. Quello tra lo stilista e il giovane studente di architettura diventa un sodalizio unico nella storia della moda, un’unione di vita e di lavoro che durerà per sempre. Garavani è la fonte inesauribile della creatività, l’occhio infallibile per il dettaglio, il sognatore di forme e colori. Giammetti è l’architetto di quel sogno, colui che ne costruisce la struttura, ne gestisce la crescita, ne protegge l’integrità. Insieme, creano non solo una casa di moda, ma un vero e proprio impero basato su un’idea di lusso raffinato e inconfondibile. L’ascesa verso l’Olimpo è rapida e folgorante. La consacrazione arriva nei primi anni Sessanta, con il debutto a Firenze presso Pitti, che cattura immediatamente l’attenzione della stampa internazionale. Ma è nel 1967, con la celebre collezione “bianca” presentata a Roma, che Valentino si trasforma in mito globale. Quell’episodio, passato alla storia come “La Grande Sfilata”, segna l’apoteosi del suo stile: una serie di abiti di una purezza assoluta, in bianco avorio, che vestono modelle come veri e propri monumenti di grazia. Da quel momento, l’appellativo di “imperatore della moda” gli rimarrà per sempre cucito addosso, come uno dei suoi tailleur impeccabili.
Il suo regno si estende su tutti i territori del potere e del glamour. Valentino veste il mondo, o almeno, la sua élite più brillante. Il suo atelier diventa un luogo di pellegrinaggio per donne che sono esse stesse icone: da Jacqueline Kennedy, che scelse un abito Valentino per le sue seconde nozze con Aristotele Onassis, a Elizabeth Taylor, da Audrey Hepburn a Sophia Loren. Il suo legame con il cinema è viscerale e prolifico, una relazione d’amore reciproca che trova il suo apice nella notte degli Oscar: ben otto attrici hanno ritirato la prestigiosa statuetta avvolte in una sua creazione, trasformando il red carpet in una passerella dedicata alla sua arte. E proprio il colore diventa una delle sue firme più potenti. Il “rosso Valentino” non è un semplice tono di rosso; è una dichiarazione, un’emozione, un colore pigmentato di passione e di autorità, che entra di diritto nell’immaginario collettivo accanto al nome del suo creatore.
Attraversare decenni così turbolenti come quelli che vanno dagli anni Sessanta ai Duemila, mantenendo intatta la propria rilevanza, è un’impresa titanica. Valentino ci è riuscito grazie a una fedeltà incrollabile a una cifra stilistica precisa e ben delineata. Mentre il mondo cambiava, esplodevano le controculture, la moda si democratizzava e si frammentava, lui non ha mai rinunciato ai suoi principi: una femminilità scolpita e sicura, un rigore formale che nulla concede alla casualità, un lusso inteso come perfezione materiale e armonia delle forme. Era, nelle sue stesse parole, la “fedeltà a uno stile che non si piega alle influenze esterne”. Questa coerenza, lungi dall’essere un limite, è stata la fonte della sua forza e della sua longevità, rendendo ogni suo abito un’istantanea riconoscibile di un mondo di eleganza superiore. Nel 1998, con un gesto di lungimiranza, cede il controllo del marchio, che nel tempo passerà attraverso diversi gruppi del lusso internazionale. Eppure, l’identità della maison resta indissolubilmente legata alla sua figura, alla sua aura. Anche dopo il ritiro ufficiale dalle scene nel 2007, con una sfilata di addio a Parigi che fu un evento epocale, Valentino non è mai diventato un’assenza. È rimasto una presenza viva, osservatore acuto e rispettato, costantemente in prima fila alle sfilate, protagonista di documentari, oggetto di grandi retrospettive museali, come quella maestosa a Roma nel 2016. I riconoscimenti hanno continuato a fiorire attorno al suo nome, come tributo a un’eredità che già in vita era diventata leggenda.
La sua lungimiranza si è espressa anche nella scelta dei suoi successori. Valentino ha saputo affidare il futuro del marchio a designer capaci di interpretarne, ciascuno a proprio modo, lo spirito originario. Prima Alessandra Facchinetti, poi il duo Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, che proprio dalla lezione valentiniana hanno tratto ispirazione per rilanciare il marchio in una chiave contemporanea, infine Piccioli da solo, fino alla recente transizione del 2024. Oggi la direzione creativa è nelle mani di Alessandro Michele, un visionario che, da un altro punto di vista, continua a dialogare con l’idea di bellezza senza tempo. Al di là dei riflettori e delle passerelle, l’uomo Valentino era riservato, rispettoso di un rigore che era anche morale, dotato di un’ironia sottile e affilata, riservata a pochi intimi. Disdegnava l’esposizione personale plateale, pur vivendo costantemente al centro del mondo. I suoi amori erano l’arte, collezionata con occhio raffinato; i suoi carlini, compagni fedeli di una vita; le sue case, a Roma, a Londra, a Gstaad, curate come scenografie perfette, estensioni della sua estetica; l’ospitalità impeccabile, elevata a forma d’arte. Amava dire, con quella modestia che nascondeva una sicurezza di ferro, di saper fare bene solo tre cose nella vita: creare abiti, arredare spazi e intrattenere le persone. Le ha fatte tutte, e con una maestria che ha lasciato un segno profondo non solo nella moda, ma nella cultura del bello del Novecento e del nuovo millennio.
Con la sua scomparsa, un’epoca si chiude definitivamente. Non è solo la fine di una carriera, ma il tramonto di un certo modo di intendere la creazione: autorevole, artigianale, imperiale. Valentino ha incarnato il sogno di un’eleganza che è potere, che è armatura, che è sublime espressione di sé. In un mondo che corre sempre più veloce verso il provvisorio e l’effimero, la sua lezione di coerenza, di dedizione al dettaglio, di amore per la bellezza pura e senza scuse, risuona più che mai come un monito prezioso. Il suo rosso continuerà a bruciare sulle passerelle e nelle serate più importanti, i suoi abiti a vivere nei guardaroba delle icone e nei musei, ma la mano che li ha ideati, la mente che li ha concepiti, l’occhio che ne ha supervisionato ogni singola cucitura, appartengono ormai alla storia. E la storia, come i suoi capi più belli, è fatta per durare in eterno.
