C’è un dato che colpisce più di altri, nelle cifre fornite dalla ricerca pubblicata su Science Advances. Non è tanto la conferma che mangiare bene fa vivere di più, cosa che ormai sappiamo da anni. È la precisione con cui gli scienziati sono riusciti a quantificare il guadagno in termini di anni, quasi fosse un rendiconto finanziario applicato alla salute. Chi segue con costanza la dieta mediterranea, dicono i dati, può aspettarsi di vivere oltre due anni in più rispetto a chi si alimenta in modo meno virtuoso. Ma se si sceglie un regime ancora più stringente, ricco di frutta, verdura e cereali integrali, il bonus sale a oltre quattro anni.
Lo studio porta la firma dell’Università di Scienza e Tecnologia di Huazhong, in Cina, e ha preso in esame un campione imponente: oltre centomila persone censite nella Biobanca del Regno Unito, un archivio che raccoglie dati sanitari e genetici di una vasta popolazione britannica. Per più di dieci anni, i ricercatori hanno seguito questi individui, sottoponendoli a visite periodiche e raccogliendo informazioni dettagliate su ciò che finiva nei loro piatti. Durante il periodo di osservazione, poco più di quattromilatrecento partecipanti sono deceduti, un dato che ha permesso di incrociare le abitudini alimentari con la durata della vita.
Per dare una struttura scientifica alla ricerca, il team ha classificato i partecipanti in base a quanto i loro pasti corrispondessero a cinque diversi modelli alimentari considerati salutari. Il primo è la dieta mediterranea, quella che da decenni gli esperti indicano come modello di riferimento per la salute del cuore e non solo. Poi c’è la dieta studiata per ridurre il rischio di diabete, che punta su alimenti ricchi di fibre e poveri di zuccheri semplici. La dieta Dash, invece, è stata sviluppata specificamente per abbassare la pressione arteriosa e si basa su un consumo abbondante di frutta, verdura e latticini magri, con una forte riduzione del sale. C’è anche la dieta a base vegetale, che limita o esclude del tutto i prodotti di origine animale. Infine, l’AHEI (Alternative Healthy Eating Index), un modello messo a punto per prevenire le malattie croniche, che privilegia frutta, verdura, cereali integrali, noci, legumi e grassi insaturi, bandendo carni rosse e lavorate, bevande zuccherate, sodio e carboidrati raffinati.
Oltre all’alimentazione, i ricercatori hanno analizzato il DNA dei partecipanti per individuare diciannove varianti genetiche note per essere associate alla longevità. Volevano capire se e quanto i geni potessero influenzare i risultati, o se invece il cibo fosse in grado di fare la differenza indipendentemente dall’ereditarietà.
I numeri emersi dallo studio parlano chiaro. Gli uomini che hanno seguito con costanza la dieta per la riduzione del rischio di diabete hanno guadagnato in media tre anni di vita rispetto a quelli con abitudini meno sane. Per le donne, lo stesso regime ha prodotto un aumento di 1,7 anni. La dieta mediterranea ha dato risultati ancora migliori: 2,2 anni in più per gli uomini, 2,3 per le donne. Ma il primato spetta all’Alternative Healthy Eating Index, che ha regalato agli uomini ben 4,3 anni di vita in più e alle donne 3,2 anni. La dieta a base vegetale ha portato a guadagni stimati di 2,1 anni per gli uomini e 1,9 per le donne. Chiude la classifica la dieta Dash, con 1,9 anni per gli uomini e 1,8 per le donne.
I ricercatori hanno voluto sottolineare un aspetto cruciale dello studio. I benefici di un’alimentazione sana si manifestano indipendentemente dal corredo genetico di ciascuno. Anche chi non ha ereditato geni particolarmente favorevoli alla longevità può allungare significativamente la propria aspettativa di vita semplicemente modificando le proprie abitudini a tavola. I geni contano, certo, ma i risultati dimostrano che lo stile di vita può fare la differenza anche quando la natura non è stata generosa.
C’è un filo rosso che lega tutti e cinque i regimi analizzati, al di là delle differenze specifiche. Tutti privilegiano il consumo di verdure, legumi, grassi di buona qualità e cereali poco raffinati. Tutti limitano o escludono zuccheri semplici, carni lavorate e cibi industriali. Sono i principi che da decenni i nutrizionisti ripetono, e che questa ricerca conferma con il peso di numeri raccolti su una popolazione ampia e seguita per oltre dieci anni.
Lo studio non dice che bisogna diventare vegetariani o rinunciare per sempre a un pezzo di torta. Dice che le scelte quotidiane, ripetute nel tempo, costruiscono il nostro futuro in salute. E che non serve la perfezione: basta avvicinarsi a uno di questi modelli alimentari per vedere i benefici. I 4,3 anni in più stimati per chi segue l’Alternative Healthy Eating Index non sono una promessa, ma una probabilità statistica. Una probabilità che vale la pena di prendere sul serio.
