Respiri affannati
vento curvo tiepido
ombre di vesti nivee
sfiorano i fili tremanti
gioiosi
verdi, trafitti da raggi tiepidi, dorati, solari
donzelle piumate
sfiorano
i colorati fiori vellutati, sfavillanti.
Arde il Sole
il battito si avvicina
si aprono diafane le ali
come le vesti nivee
incantano lo sguardo,
uno sguardo fuggitivo
ove aleggia
il Silenzio di Aprile.
Nella lirica Psichè, non mi limito a descrivere un risveglio primaverile, ma una vera e propria liturgia della visione. Il titolo, portatore di un’eredità classica, funge da chiave di volta: Psichè è l’anima, ma è anche la farfalla, l’etereo che si incarna nel respiro della natura.
La poesia si apre con una sinestesia tattile e dinamica: i “respiri affannati” e il “vento curvo tiepido”; e si placa immediatamente nel cromatismo dominato dal bianco e dall’oro.
Le “vesti nivee” e le ali “diafane” richiamano una purezza preraffaellita, un’eleganza che sfiora il mondo senza calpestarlo.
Il desiderio di popolare il paesaggio di “donzelle piumate”, una metafora squisita che nobilita l’elemento naturale gli uccelli o forse le farfalle stesse trasformandolo in figure mitologiche. I fili d’erba, “trafitti da raggi”, non subiscono una violenza, ma un’elezione: la luce li feconda di bellezza.
La chiusura della lirica vira verso una dimensione introspettiva. Dopo il movimento e lo splendore, compare lo “sguardo fuggitivo”. È l’esperienza del sublime: l’uomo che osserva la bellezza non può sostenerne il peso a lungo, deve volgere altrove gli occhi.
L’ultimo verso è folgorante:
“…ove aleggia / il Silenzio di Aprile.”
Questo silenzio non è assenza di suono, ma una presenza densa, quasi una divinità che abita lo spazio tra le cose. Aprile, mese della rinascita, viene consacrato non dal frastuono della vita che esplode, ma dalla sacralità di un attimo sospeso.
