A due giorni dai funerali della Guida suprema Ali Khamenei, l’attacco iraniano a tre petroliere nello Stretto di Hormuz ha innescato una nuova ondata di rappresaglie statunitensi. Washington ha colpito oltre 170 obiettivi in 48 ore, Teheran ha risposto contro basi Usa nel Golfo. Il traffico marittimo nello snodo strategico è quasi paralizzato.
TEHERAN/WASHINGTON — La tregua siglata lo scorso giugno tra Stati Uniti e Iran si è incrinata nella notte tra il 6 e il 7 luglio, quando le Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC, i Pasdaran) hanno colpito con missili tre petroliere in transito nello Stretto di Hormuz, la via d’acqua tra il Golfo Persico e quello dell’Oman da cui passa una quota rilevante del petrolio mondiale. La rappresaglia statunitense, ordinata dal presidente Donald Trump, è scattata poche ore dopo e si è ripetuta nei giorni successivi, riportando la regione sull’orlo di una escalation militare aperta proprio mentre l’Iran era ancora impegnato nei funerali di massa dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio in un raid israelo-statunitense. La vicenda è rilevante perché rimette in discussione la fragile intesa raggiunta a metà giugno e perché lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più sensibili per l’approvvigionamento energetico globale: da qui transita abitualmente circa un quinto del petrolio consumato nel mondo.
Cronologia degli eventi
Il 28 febbraio 2026 un’operazione militare israelo-statunitense uccide Khamenei, alla guida della Repubblica islamica da 37 anni, insieme a quattro familiari e ad alti funzionari del regime, segnando l’inizio aperto del conflitto. Dopo mesi di scontri, il 17 giugno Stati Uniti e Iran firmano un memorandum d’intesa per estendere il cessate il fuoco; il 21 giugno Washington concede una deroga che consente a Teheran di continuare a produrre e vendere greggio.
Le esequie di Khamenei iniziano il 4 luglio, con il feretro diretto verso Najaf e Karbala, in Iraq, prima della sepoltura prevista a Mashhad. È in questo contesto che, nella notte tra lunedì 6 e martedì 7 luglio, i Pasdaran colpiscono tre navi mercantili al largo della costa dell’Oman: la petroliera Al Rekayyat (bandiera Isole Marshall secondo alcune fonti Usa, qatarina secondo altre), la Wedyan (bandiera saudita) e la Cyprus Prosperity (bandiera liberiana). L’agenzia britannica Ukmto, che monitora la sicurezza marittima nell’area, eleva il livello di allerta da “significativo” a “grave”.
Poco prima della mezzanotte del 7 luglio il Comando centrale statunitense (Centcom) annuncia l’avvio di una nuova serie di attacchi contro l’Iran, definendo l’azione iraniana un’aggressione ingiustificata e pericolosa, oltre che una violazione del cessate il fuoco. Il giorno successivo Washington revoca la deroga sulle esportazioni di petrolio concessa il 21 giugno. Il ministero degli Esteri iraniano denuncia ripetute violazioni del memorandum da parte americana e annuncia ritorsioni.
Il 9 luglio gli Stati Uniti colpiscono altri obiettivi, arrivando in due giorni a più di 170 bersagli — quattordici volte il numero di attacchi condotti a giugno, secondo l’ANSA — tra sistemi di difesa aerea, infrastrutture di sorveglianza costiera, depositi di missili e droni, capacità navali e, per la prima volta da settimane, infrastrutture come i ponti ferroviari sulla direttrice per Mashhad. Il ministero della Salute iraniano, citato da Al Jazeera, riporta 14 morti e 78 feriti nei due giorni di raid. In risposta, l’esercito iraniano rivendica attacchi con droni contro basi statunitensi in Kuwait, Qatar e Bahrein, oltre a missili lanciati verso la Giordania.
Il contesto
Il conflitto tra Iran e Stati Uniti-Israele, iniziato formalmente a febbraio con l’uccisione di Khamenei, ha attraversato diverse fasi di intensità, alternando raid mirati e tentativi di mediazione diplomatica culminati nel memorandum di giugno. Lo Stretto di Hormuz è da tempo il principale strumento di pressione a disposizione di Teheran: largo appena 33 chilometri nel punto più stretto, resta l’unico accesso marittimo per le esportazioni energetiche di diversi Paesi del Golfo. Il richiamo iraniano — secondo cui lo stretto si apre solo con un accordo con Teheran e non con le minacce americane, come ribadito dal presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf — riflette la centralità di questo dossier nei negoziati.
Conseguenze economiche, militari e politiche
Sul piano energetico, la sospensione di fatto del traffico marittimo ha già prodotto effetti misurabili. Secondo Lloyd’s List Intelligence, dal 7 luglio nessuna nave di grande stazza ha attraversato lo stretto lungo la rotta coordinata dagli Stati Uniti mantenendo attivo il proprio sistema di localizzazione, con i transiti di fatto azzerati lungo la cosiddetta “Southern Highway”. I Pasdaran sostengono invece di aver riportato il traffico al 50% dei livelli pre-bellici lungo rotte alternative designate da Teheran. Il prezzo del petrolio ha reagito con oscillazioni: il Brent è salito fino a superare i 76 dollari al barile venerdì mattina, oltre quattro dollari in più rispetto alla settimana precedente, mentre il gas naturale scambiato ad Amsterdam ha toccato punte vicine ai 50 euro per megawattora.
Sul piano militare, Washington starebbe valutando opzioni per un’escalation prolungata, incluso un eventuale blocco navale dei porti iraniani evocato pubblicamente da Trump, sebbene nessuna decisione formale risulti ancora presa. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che le forze armate sono pronte a colpire l’Iran una terza volta se necessario, mentre il premier Benjamin Netanyahu ha riconosciuto che la campagna contro Teheran non può considerarsi conclusa. Il Wall Street Journal ha inoltre riferito, citando fonti informate, che Israele avrebbe condiviso con gli Stati Uniti informazioni di intelligence su un presunto nuovo piano iraniano per colpire Trump — informazione che, va precisato, non ha ricevuto conferma indipendente da altre fonti.
Sul piano diplomatico, la crisi si intreccia con altri dossier regionali: a margine del summit NATO di Ankara, la Germania ha ribadito il sostegno al memorandum come strumento di stabilizzazione, mentre proseguono separatamente i negoziati sul ritiro israeliano dal sud del Libano, con un nuovo round di colloqui previsto a Roma il 15 e 16 luglio.
Le dichiarazioni ufficiali
Da parte statunitense, un funzionario ha dichiarato che l’attuale fase di scontro potrebbe durare da un giorno a un mese, a seconda della prosecuzione degli attacchi iraniani alle navi nello Stretto. Trump ha avvertito che, in caso di nuovi colpi iraniani, la risposta americana sarà venti volte più dura. Da parte iraniana, il ministero degli Esteri ha parlato di violazioni ripetute del memorandum da parte di Washington, mentre fonti della sicurezza citate da Press TV hanno affermato che ogni nuovo attacco statunitense comporterà la chiusura totale dello stretto. I Pasdaran, in una nota, hanno accusato gli Stati Uniti di avventurismo e interferenza nelle rotte marittime del Golfo.
Possibili sviluppi
Gli analisti concordano su un elemento: la durata della crisi dipenderà in larga misura dalla scelta iraniana di proseguire o meno gli attacchi alle imbarcazioni commerciali. Tra le variabili da monitorare nei prossimi giorni figurano un’eventuale intensificazione del blocco navale statunitense, la tenuta del memorandum di giugno, l’evoluzione della successione politica a Teheran dopo la morte di Khamenei e l’impatto della crisi sui mercati energetici globali, con alcune banche d’affari che avevano previsto un ritorno alla normalità dei flussi petroliferi del Golfo entro fine settembre — previsione oggi messa in discussione dagli eventi delle ultime ore.
