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IL VIRUS CHE SALE A BORDO: L’HANTAVIRUS E LA NAVE MALEDETTA

Tre morti, otto casi confermati, passeggeri in quarantena su tre continenti. Un ceppo rarissimo capace di trasmettersi tra persone ha trasformato una crociera in Argentina in un allarme sanitario mondiale.

C’è una nave ferma nell’Atlantico, una coppia di turisti olandesi morti a migliaia di chilometri di distanza l’uno dall’altra, una hostess ricoverata ad Amsterdam e un virus che la maggior parte del mondo non aveva mai sentito nominare. Si chiama hantavirus, e nelle ultime settimane ha trasformato la MV Hondius — una nave da crociera partita dall’Argentina il primo aprile — nell’epicentro di un’emergenza sanitaria internazionale che ha attivato protocolli di sorveglianza su tre continenti.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato otto casi legati alla nave, di cui tre mortali. Cinque sono confermati in laboratorio, tre restano sospetti. Passeggeri di ventitré nazionalità diverse erano a bordo. Alcuni sono già tornati a casa. Le autorità sanitarie di decine di Paesi stanno cercando di rintracciarli.

Un virus antico, una famiglia numerosa

L’hantavirus non è un agente patogeno singolo. È un’intera famiglia di virus — gli Orthohantavirus — che comprende almeno 38 specie conosciute, 24 delle quali capaci di infettare l’uomo. Il nome viene dal fiume Hantan, in Corea del Sud, dove un ceppo della famiglia fu isolato e descritto per la prima volta nel 1970. Ma la storia di questi virus è probabilmente molto più lunga: alcuni ricercatori ritengono che abbiano accompagnato i roditori — i loro ospiti naturali — per millenni.

La caratteristica che accomuna tutti i ceppi è semplice e inquietante: vivono nei topi, nei ratti e nelle arvicole senza farli ammalare. Il roditore ospita il virus, lo elimina nell’ambiente attraverso urina, feci e saliva, e continua a vivere indisturbato. È l’uomo che paga il prezzo: l’infezione avviene quando si inalano particelle aerodisperse provenienti da questi escrementi, soprattutto quando si seccano e diventano polvere. Le comunità agricole, a contatto quotidiano con roditori e ambienti rurali, sono le più esposte.

Due malattie, un unico nome

A seconda del ceppo virale e della geografia, l’hantavirus può causare due quadri clinici radicalmente diversi. Nel Nuovo Mondo — le Americhe — i virus provocano la sindrome polmonare da hantavirus (HPS): febbre, dolori muscolari e cefalea nelle prime settimane, poi una rapida discesa verso una grave insufficienza respiratoria con accumulo di liquido nei polmoni. Quando raggiunge questo stadio, l’infezione uccide circa il 38% dei pazienti.

Nel Vecchio Mondo — Europa e Asia — i ceppi circolanti causano invece la febbre emorragica con sindrome renale (HFRS): mal di testa intensi, dolori alla schiena e all’addome, emorragie interne, danni renali gravi. Secondo un rapporto dei National Institutes of Health americani, si verificano ogni anno nel mondo circa 150.000 casi di questa forma, metà dei quali in Cina. In Europa si registrano circa 3.000 casi l’anno, con Austria, Finlandia, Germania e Slovenia tra i Paesi più colpiti.

Il periodo di incubazione — il tempo tra il contagio e la comparsa dei primi sintomi — varia da una a cinque settimane. I sintomi iniziali sono aspecifici: febbre, brividi, cefalea, dolori muscolari. È questo che li rende così insidiosi: nei primi giorni possono essere facilmente scambiati per un’influenza.

Il ceppo Andes: quello che spaventa davvero

Tra tutti i ceppi conosciuti, il virus Andes — diffuso in Sud America, e in particolare in Argentina, Cile e Patagonia — occupa un posto speciale nel pantheon delle preoccupazioni virologiche mondiali. È l’unico hantavirus per cui siano stati documentati, seppur raramente, casi di trasmissione interumana. Tutti gli altri ceppi causano quella che viene definita un’infezione «a vicolo cieco»: il virus entra nell’uomo dal roditore, ma non riesce a uscire e passare a un’altra persona.

Il virus Andes è diverso. Nel 2018, in un piccolo villaggio argentino di nome Epuyen, un focolaio iniziato durante una festa di compleanno con un centinaio di persone si trasformò in un’epidemia che coinvolse 34 persone e ne uccise 11. Le indagini rivelarono qualcosa di straordinario e preoccupante: il primo paziente — un uomo di 68 anni — aveva infettato un’altra persona dopo un contatto brevissimo, il tempo di incrociare qualcuno nel corridoio verso il bagno.

È lo stesso ceppo ora al centro del focolaio sulla MV Hondius. L’OMS sospetta che i primi due pazienti — la coppia di coniugi olandesi — si siano infettati durante un’escursione birdwatching a Ushuaia, nella Terra del Fuoco argentina, forse entrando in contatto con escrementi di roditori vicino a una discarica. Poi sarebbero saliti sulla nave, già infetti, e avrebbero trasmesso il virus ad altri passeggeri.

Nessuna cura, nessun vaccino

La notizia meno confortante riguarda le opzioni terapeutiche: non esiste ad oggi né un vaccino approvato né una terapia antivirale specifica capace di combattere tutte le forme di hantavirus. La cura è essenzialmente di supporto — monitoraggio dei parametri vitali, ossigeno, ventilazione meccanica nei casi gravi, dialisi quando i reni cedono. Per la forma renale, un antivirale chiamato ribavirina ha mostrato di ridurre mortalità e gravità se somministrato precocemente, ma non è una cura risolutiva.

Diversi approcci vaccinali sono in fase pre-clinica di sviluppo, ma l’ostacolo principale è la mancanza di modelli animali adeguati per testarne l’efficacia completa. Nel frattempo, la prevenzione resta l’unica arma disponibile: evitare il contatto con roditori, sigillare gli accessi negli edifici, pulire i locali a rischio umidificando sempre le superfici invece di spazzarle a secco — la polvere secca è il principale veicolo di trasmissione.

L’Argentina: l’epicentro silenzioso

Il focolaio sulla MV Hondius non è scoppiato nel vuoto. Arriva in un momento in cui l’Argentina sta vivendo la sua peggiore stagione di hantavirus in termini di incidenza e mortalità. Dal giugno 2025 si sono registrati 101 casi di infezione — circa il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il tasso di mortalità ha raggiunto il 31,7%, più del doppio della media dei cinque anni precedenti.

Anche la geografia del contagio si sta espandendo: la regione Centro, con Buenos Aires in testa, ha superato per la prima volta le aree tradizionalmente endemiche. E la Terra del Fuoco, dove si trova Ushuaia, non aveva mai registrato casi prima d’ora. Molti ricercatori attribuiscono questa espansione ai cambiamenti climatici, che stanno modificando l’habitat dei roditori portatori del virus, spingendoli verso nuovi territori.

Il rischio per l’Italia e il resto d’Europa

La domanda che circola sui social e nei pronto soccorso europei è sempre la stessa: dobbiamo preoccuparci? La risposta, per ora, è no — ma con alcune precisazioni. In Italia non sono mai stati documentati casi di infezione autoctona da hantavirus, e il rischio di un contagio locale rimane estremamente basso. Il ceppo Andes, quello coinvolto nel focolaio della nave, non circola in Europa.

I ceppi europei — principalmente il Puumala virus, diffuso in nord e centro Europa — causano la forma renale della malattia, generalmente meno letale, e si trasmettono solo attraverso i roditori, non da persona a persona. L’OMS stessa ha classificato come basso il rischio globale legato al focolaio della MV Hondius.

Ciò che preoccupa gli esperti, però, non è il rischio immediato di pandemia — escluso dai virologi — ma la tendenza di lungo periodo. L’hantavirus è già classificato dall’OMS come patogeno prioritario emergente, con alto potenziale di causare emergenze sanitarie internazionali. Il cambiamento climatico sta espandendo i territori dei roditori serbatoio. E il caso della MV Hondius ha dimostrato, con brutale chiarezza, che un virus che sembrava confinato alle steppe sudamericane può salire su una nave e raggiungere, in poche settimane, tre continenti.

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