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Il Ragazzo che Non Si Ferma

Kimi Antonelli, diciannove anni e tre vittorie consecutive, riscrive la storia della Formula 1 a Miami. Ma Toto Wolff avverte l’Italia: «Basta paragoni con Senna. È troppo presto.»

MIAMI GARDENS — Il cielo sopra il Hard Rock Stadium era gonfio di nuvole minacciose, e la gara era già stata anticipata di tre ore per il rischio di temporali. Ma nessuna perturbazione atmosferica avrebbe potuto fermare Andrea Kimi Antonelli. Il diciannovenne bolognese ha tagliato il traguardo del Gran Premio di Miami in prima posizione per la terza volta consecutiva in stagione, diventando il primo pilota nella storia della Formula 1 a trasformare le proprie prime tre pole position in altrettante vittorie.

Non è stata una passeggiata. Alla prima curva, il caos aveva già fatto la sua comparsa: Antonelli, Verstappen e Leclerc si erano ritrovati in una lotta a tre serratissima, con la Mercedes e la Red Bull che si toccavano, mandando l’olandese in un testacoda di trecentosessanta gradi. La Safety Car era entrata in pista quasi subito, dopo gli incidenti separati di Isack Hadjar e Pierre Gasly — quest’ultimo ribaltato violentemente dalla sua Alpine.

Quando la polvere si è posata, la gara si era trasformata in qualcosa di diverso: una battaglia di nervi e gomme tra Antonelli e Lando Norris. Il pilota della McLaren aveva inseguito la Mercedes per decine di giri, riducendo progressivamente il divario fino a meno di un secondo. Dal muretto, i dati dicevano che Antonelli stava soffrendo le gomme posteriori. Dagli occhi di chi guardava, si vedeva un ragazzo che reggeva la pressione come se fosse l’unica cosa che aveva imparato a fare.

Norris ha tagliato il traguardo a 3 secondi e 264 millesimi. Oscar Piastri, suo compagno di squadra in McLaren, ha completato il podio dopo una bagarre furiosa con Charles Leclerc nelle ultime due tornate — il monegasco, beffato in extremis, aveva anche perso la quarta posizione a favore di George Russell nel giro finale.

Il contesto

Per capire cosa sta succedendo, bisogna allontanarsi un momento dal cronometro. L’Italia non vive un momento simile da generazioni. Con la Nazionale di calcio lontana dai riflettori internazionali, il Paese ha trovato nei singoli i propri nuovi eroi: Jannik Sinner sul cemento e sulla terra rossa, Kimi Antonelli sull’asfalto. Il paragone con Senna — evocato in più occasioni da commentatori e tifosi — è diventato il simbolo di un entusiasmo che rischia di travalicare il confine tra ammirazione e proiezione.

È proprio qui che è intervenuto Toto Wolff. Il team principal della Mercedes, che pure ha ogni ragione per sorridere — la sua scuderia guida sia il campionato piloti sia quello costruttori — ha scelto il momento della vittoria per lanciare un avvertimento. Lo ha fatto con la chiarezza tagliente che lo contraddistingue: «C’è troppa pressione su di lui in Italia. Ho sentito paragoni insensati con Senna. Sta crescendo come ci aspettavamo, ma è il momento di abbassare le aspettative, non di aumentarle in modo irrazionale. Ha solo diciannove anni. Io a quell’età non ero nemmeno in grado di prendere un volo da solo per la Germania.»

Non si tratta di una critica, ma di protezione. Wolff conosce bene la meccanica della pressione mediatica, sa come può accelerare o distruggere una carriera. E sa anche che Antonelli, nonostante le tre vittorie, non è ancora un prodotto finito: le sue partenze sono rimaste un punto debole per tutta la prima parte di stagione, al punto che il pilota stesso ha raccontato di aver eseguito oltre cento ripetizioni al simulatore — «al punto che mi faceva male l’avambraccio» — per affinare la tecnica. Le modifiche alla leva della frizione sono attese per il prossimo appuntamento, in Canada.

La voce del campione

Il diretto interessato ascolta, capisce e tira dritto. «Se è cambiata la mia vita? Cambiata non credo, ma ho notato il cambiamento attorno a me. È stato bello e me la sono goduta, ma ora basta. Devo concentrarmi sulla pista», ha detto Antonelli al Corriere della Sera pochi giorni prima della gara di Miami. Una risposta matura, quasi sorprendente per qualcuno che era ancora minorenne solo pochi mesi fa.

A Miami si era portato la famiglia al completo — compresa la sorella Maggie, una novità. «Mi danno un gran bel sostegno», ha detto. E poi, in un passaggio che dice molto sulla sua psicologia sportiva: «Capisco Toto. Non vuole che io abbia troppa pressione addosso. La stagione è lunghissima, devo continuare ad andare forte. Anzi, devo alzare l’asticella.»

Non difensivo, non compiaciuto. Già proiettato in avanti. È forse questo il tratto che più inquieta gli avversari: l’assenza di euforia, la lettura fredda dei propri limiti, la volontà esplicita di migliorare in un momento in cui la maggior parte dei piloti si concederebbe almeno qualche ora di autocompiacimento.

Verso il Canada

Il circus della Formula 1 si sposta ora verso Montreal, dove il Gran Premio del Canada andrà in scena nel weekend del 22–24 maggio. La pista del Circuit Gilles Villeneuve — intitolata a un pilota leggendario, morto a trent’anni nel 1982 — è tradizionalmente imprevedibile, con i suoi muri che lambiscono la pista e le sue frenate violente. Un banco di prova diverso, meno favorevole alla Mercedes degli ultimi anni rispetto ai circuiti ad alto carico aerodinamico.

È lì che si capirà qualcosa di più. Se Antonelli saprà adattarsi, confermare, magari soffrire e poi rialzarsi, allora il paragone con i grandi — qualunque grande — potrà almeno iniziare a essere pronunciato sottovoce. Per ora, Wolff ha ragione: è troppo presto. Ma è altrettanto difficile guardare quel ragazzo in cockpit, con il casco bianco e gli occhi fissi sul semaforo, e non domandarsi fin dove possa arrivare.

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