Il Danubio in secca sta mettendo in ginocchio due centrali nucleari a poche centinaia di chilometri di distanza, e Romania e Ungheria hanno scelto due strade opposte per affrontare l’emergenza. Mentre Bucarest ha deciso di far brillare l’ostacolo che bloccava il flusso d’acqua verso i propri reattori, Budapest è stata costretta a fermare del tutto l’unica centrale nucleare del paese.
Il caldo record che ha superato i 40 gradi in diverse zone d’Europa ha ridotto la capacità idrica del secondo fiume più lungo del continente di circa due terzi. In Ungheria la centrale di Paks, attiva da 44 anni e capace da sola di fornire circa il 40% dell’elettricità nazionale, era già scesa a poco più del 10% della sua capacità massima nei giorni precedenti, prima dello spegnimento totale annunciato domenica dal governo. L’impianto si raffredda con acqua pompata direttamente dal fiume, e il livello del Danubio a Budapest è arrivato a soli 28 centimetri, un nuovo minimo storico che supera il precedente record negativo del 2018.
Le conseguenze si vedono ovunque, non solo sull’energia. Oltre cento comuni nell’area metropolitana della capitale ungherese hanno già introdotto limitazioni sull’uso dell’acqua potabile, mentre anche il lago Velence, il terzo più grande del paese, rischia di ridursi a piccoli bacini isolati separati da tratti di terreno asciutto. Sul fronte economico, la stima dei costi legati all’aumento delle importazioni di energia per l’Ungheria oscilla tra 273 e 550 milioni di euro, un conto che si aggrava dopo un guasto alla centrale a gas di Szazhalombatta, che ha tolto ulteriori 400 megawatt al sistema.
In Romania la risposta è stata diversa. Vicino a Cernavodă, dove si trova l’unica centrale nucleare del paese, un’anomalia naturale nel corso del fiume deviava fino all’85% della portata verso il braccio Bala, lasciando solo il 15% dell’acqua verso il ramo che alimenta l’impianto. Per correggere questo squilibrio, un progetto atteso da trent’anni ma rimasto bloccato a livello amministrativo, il governo ha mobilitato la Marina Militare. I sommozzatori delle Forze Navali hanno piazzato più fasi di esplosivo, per un totale di circa 180 chilogrammi, fino a completare la demolizione della roccia Pârjoaia lunedì scorso, dopo un primo tentativo nel weekend non del tutto riuscito.
Il ministro della Difesa ad interim Radu Miruță, presente sul posto, ha parlato di un’operazione che porta risultati concreti: un aumento di 4 centimetri nel bacino di raffreddamento, sufficiente a garantire circa due giorni in più di funzionamento per uno dei reattori dell’impianto. Il prossimo passo prevede l’affondamento controllato di quattro chiatte per costruire una sorta di diga provvisoria e deviare ulteriormente il flusso verso il ramo del Danubio Vecchio.
La crisi, però, non si ferma ai confini dei due paesi. Anche in Serbia si registra un rallentamento della produzione idroelettrica, segno che la siccità sta interessando l’intero bacino del Danubio e, con esso, la sicurezza energetica di buona parte dell’Europa centro-orientale. Con le previsioni che indicano nuove ondate di calore nelle prossime settimane, resta da capire quanto a lungo le soluzioni di emergenza messe in campo da Bucarest e Budapest potranno reggere.
