Lavoro

Deriso per i permessi di paternità, il tribunale lo reintegra e condanna l’azienda

Era stato capo macchina per anni. Poi, improvvisamente, era stato declassato a “secondo” e poi a “terzo”, fino a ritrovarsi a pulire le stampatrici che fino a pochi mesi prima aveva supervisionato. E quando nel 2017 aveva chiesto i permessi di paternità per il figlio appena nato, il caporeparto lo aveva deriso con una frase che avrebbe fatto inorridire chiunque: «Fatti crescere le tette così lo puoi anche allattare». Non è una battuta di cattivo gusto, ma una delle tante umiliazioni che hanno portato un operaio specializzato trentino a sviluppare una depressione cronica e, infine, a essere licenziato.

La sentenza del tribunale del lavoro di Trento ha dato pienamente ragione al lavoratore. Il giudice Giorgio Flaim ha ordinato alla Lego spa, Legatoria editoriale Giovanni Olivotto, di reintegrare l’uomo, licenziato il 28 luglio 2022 dopo un’assenza di 194 giorni dovuta proprio allo stato depressivo causato dalle condotte subite. L’azienda dovrà pagare tutti gli stipendi arretrati dal 2 agosto 2022 al 14 ottobre 2024, oltre agli interessi legali e ai contributi previdenziali. A questi si aggiungono 11.351 euro per il risarcimento del danno non patrimoniale. Il giudice ha inoltre riconosciuto un danno permanente all’integrità psicofisica pari al sei per cento.

La vicenda inizia nel 2015, quando entrano in società un nuovo direttore e un nuovo caporeparto. Da quel momento, l’operaio, che era stato assunto nel 1997 e ricopriva il ruolo di capo macchina dal 2004, inizia un lento ma inesorabile declino. Viene gradualmente privato delle sue mansioni e costretto a svolgere compiti di movimentazione e pulizia, quelli solitamente riservati ai neoassunti. I colleghi, imbarazzati, gli rivolgono frasi come «ti hanno messo in castigo», mentre lui cerca invano di far valere la sua professionalità e la sua esperienza.

Ma il momento più umiliante arriva nel 2017, quando l’uomo chiede i permessi di paternità per il figlio appena nato. Il caporeparto lo apostrofa con la frase già citata, aggiungendo che occorreva “punirne uno per educare gli altri”. Un testimone ha poi confermato che le derisioni erano all’ordine del giorno.

Queste condotte, protratte nel tempo, hanno causato all’operaio un disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso, che gli psichiatri nominati dal tribunale hanno definito un vero e proprio quadro di depressione cronica. I consulenti hanno stabilito un nesso di causa tra le umiliazioni subite e lo stato psicopatologico del lavoratore, che lo ha portato a essere assente per quasi duecento giorni fino al licenziamento.

La sentenza del giudice ha quindi ribadito un principio fondamentale: il datore di lavoro è tenuto a tutelare non solo la salute fisica, ma anche quella psichica dei dipendenti. Le umiliazioni, le derisioni e le condotte vessatorie, quando sono protratte nel tempo, possono costituire un inadempimento dell’obbligo di sicurezza previsto dall’articolo 2087 del codice civile. E possono costare molto care a chi le mette in atto. Il lavoratore, dopo anni di battaglia legale, ha finalmente ottenuto giustizia. Ma resta l’amaro in bocca per una storia che avrebbe potuto essere evitata con un po’ di rispetto e umanità in più.

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