Economia

Dovete smaltire lo smartphone rotto? Si può portare gratis in negozio, ma gli italiani non lo sanno

Quando si acquista un nuovo cellulare, un asciugacapelli o una televisione, la legge italiana ed europea garantisce un diritto di cui la stragrande maggioranza dei consumatori ignora l’esistenza: il ritiro gratuito del vecchio apparecchio da parte del venditore. Questo meccanismo, noto come “uno contro uno”, è il cardine di un sistema progettato per gestire in modo efficiente e sostenibile il fine vita della tecnologia che ci circonda. Eppure, nonostante la normativa sia chiara e obbligatoria, l’Italia si trova in una condizione di grave ritardo. Rispetto all’obiettivo europeo di raccolta dei Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (Raee) fissato al 65%, il nostro Paese si attesta su un magro 30%. Un gap così ampio da aver provocato, dal luglio 2024, l’apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea. La gestione del fine vita dei prodotti tecnologici potrebbe essere più semplice di quanto si pensi, ma la scarsa conoscenza delle regole da parte dei cittadini rischia di costarci caro, sia in termini ambientali che economici.

Il paradosso è lampante se si osservano i dati di consumo. Secondo un’indagine condotta da Ipsos Doxa Italia per il Centro di Coordinamento Raee (CdC Raee), il 91% dei consumatori italiani ha acquistato almeno un elettrodomestico negli ultimi dodici mesi, con una media di cinque prodotti a testa. Di questi, più della metà (il 55%) è composta da piccoli apparecchi, l’elettronica di consumo che affolla le nostre case: cavi, adattatori, phon, ferri da stiro, mouse e chiavette USB. Un mercato in piena espansione che genera, inevitabilmente, una montagna di rifiuti tecnologici. Il problema principale non è la mancanza di un sistema di gestione, ma la carenza di informazione su come questo sistema funzioni.

La normativa di riferimento, il Decreto Legislativo 49 del 2014, stabilisce due percorsi fondamentali per il cittadino. Il primo è il servizio “uno contro uno”: al momento dell’acquisto di un nuovo apparecchio elettronico, qualsiasi rivenditore (fisico o online) è obbligato a ritirare gratuitamente quello vecchio di tipo equivalente, garantendone l’avvio al corretto riciclo. Il secondo, ancora meno conosciuto, è il servizio “uno contro zero”. Questo obbliga i grandi rivenditori con una superficie di vendita superiore ai 400 metri quadrati a ritirare gratuitamente i piccoli apparecchi (con dimensione massima inferiore ai 25 centimetri) anche senza che il consumatore effettui un nuovo acquisto. In pratica, questi negozi si trasformano in punti di raccolta gratuiti e accessibili.

Tuttavia, l’indagine rivela che solo il 31% degli italiani è consapevole del diritto al ritiro “uno contro uno” durante un acquisto, e appena la metà di questi sa che il servizio è gratuito. La situazione peggiora drasticamente con il “uno contro zero”: solo il 12% dei cittadini conosce questa possibilità e ne fa effettivo uso. La consapevolezza è maggiore per le grandi apparecchiature, come frigoriferi (55%) o condizionatori (61%), mentre crolla per i piccoli elettrodomestici (23%), che sono numericamente i più diffusi e i più soggetti ad essere accantonati in un cassetto o, peggio, gettati nel sacco dell’indifferenziato.

Fino all’anno scorso, la responsabilità di informare i consumatori ricadeva principalmente su Comuni e rivenditori, con risultati discontinui. Una svolta è arrivata nel 2024 con una modifica al decreto Raee, che ha introdotto l’obbligo per i consorzi dei produttori di destinare il 3% dei propri ricavi totali ad attività di comunicazione. Si parla di un investimento complessivo di circa 6 milioni di euro all’anno, con il CdC Raee che si offre come supporto per coordinare campagne informative tra tutti gli attori in gioco.

Ma perché un rivenditore dovrebbe accollarsi volontariamente il “fastidio” di gestire rifiuti? La risposta, secondo Fabrizio Longoni, direttore generale del CdC Raee, sta in un cambio di prospettiva. «Occuparsi del fine vita può apparire una perdita di risorse. In realtà, alcuni hanno compreso che il consumatore che entra in negozio per consegnare un Raee può diventare un nuovo potenziale cliente». Inoltre, esiste un incentivo economico concreto. Il Centro di Coordinamento riconosce ai rivenditori un contributo proporzionale ai quantitativi di Raee raccolti e correttamente avviati al riciclo. Partendo da un minimo di 300 chilogrammi (poco più di un metro cubo di piccoli elettrodomestici), gli introiti possono arrivare, per le grandi realtà, fino a 500.000 euro. Lo stesso obbligo vale per l’e-commerce, che deve organizzare il ritiro attraverso i propri corrieri alla consegna del nuovo prodotto.

Accanto al canale dei rivenditori, restano fondamentali i servizi pubblici. Molti Comuni offrono il ritiro a domicilio dei Raee ingombranti, spesso abbinato a quello di altri rifiuti voluminosi. L’Amsa di Milano, ad esempio, ha già effettuato 23.000 ritiri di questo tipo. Sfruttare queste opportunità non è solo un dovere civico, ma una scelta economicamente sensata. «Già in fase di acquisto contribuiamo alla gestione del fine vita», chiarisce Longoni. «Il cosiddetto “eco-contributo Raee” è incluso nel prezzo dei prodotti nuovi. Avvalersi dei servizi di ritiro significa quindi usufruire di un servizio già pagato, semplificando l’eliminazione di rifiuti che altrimenti resterebbero in casa o verrebbero smaltiti in modo errato».

Recuperare queste apparecchiature è diventato una necessità strategica. L’Unione Europea ha fissato per i produttori l’obbligo di utilizzare, entro il 2030, almeno il 25% di materie prime critiche (come cobalto, litio o terre rare) recuperate proprio dai rifiuti elettronici. Con gli impianti moderni di trattamento, si può recuperare fino al 95% dei materiali di un dispositivo, reimmettendoli nel ciclo produttivo. Ma questo circolo virtuoso può iniziare solo con un gesto semplice: consegnare il vecchio apparecchio a chi, per legge, è tenuto a prenderlo. La sfida per l’Italia ora è colmare il divario tra la normativa all’avanguardia e la consapevolezza diffusa, trasformando un obbligo poco noto in un’abitudine consolidata per milioni di cittadini.

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