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Coltivare la storia: A Pompei nasce la prima azienda vitivinicola dentro un sito UNESCO

Nel Parco Archeologico di Pompei sta accadendo qualcosa che non ha eguali al mondo. Un vigneto che cresce tra le rovine, una cantina che profuma di mosto accanto agli scavi, un’azienda vitivinicola completamente funzionante dentro un sito Unesco. Si intitola “Coltivare la storia” il progetto annunciato il 2 febbraio 2026, frutto della collaborazione tra il Parco e il Gruppo Tenute Capaldo, la galassia che comprende Feudi di San Gregorio e Basilisco Vini. L’obiettivo non è solo produrre vino, ma ricostruire con rigore scientifico ciò che i pompeiani coltivavano, bevevano e forse seppellivano nelle loro anfore mentre il Vesuvio cambiava la storia.

Il progetto si estende su oltre sei ettari di vigneti biologici piantati dentro il perimetro archeologico. Non è una vigna simbolo o un esperimento confinato in un angolo. È un ciclo produttivo completo: dalla raccolta dell’uva alla vinificazione, dall’affinamento all’imbottigliamento, tutto avviene all’interno del Parco. La cantina è stata costruita appositamente, nel rispetto della tutela e dell’estetica del luogo. A completare il quadro, anche olivicoltura e iniziative di agricoltura sociale in collaborazione con enti del Terzo Settore. Una vera e propria azienda archeo-agricola, come la definiscono i promotori.

Dietro l’iniziativa ci sono nomi noti nel mondo del vino italiano. Da una parte Gabriel Zuchtriegel, il direttore del Parco che ha sempre guardato all’innovazione come chiave di lettura del patrimonio antico. Dall’altra Antonio Capaldo, presidente di Feudi di San Gregorio, cantina irpina fondata nel 1986 a Sorbo Serpico, che con Basilisco Vini — acquisita nel 2011 — ha messo a disposizione competenze enologiche e una visione lunga. La gestione agronomica è affidata a Pierpaolo Sirch, già responsabile dei vigneti di Basilisco, mentre la consulenza scientifica porta la firma del professor Attilio Scienza dell’Università di Milano, uno dei massimi esperti di viticoltura antica.

Ma “Coltivare la storia” non è una trovata pubblicitaria. Ha radici profonde nella ricerca. Il Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco ha avviato studi sui vigneti antichi di Pompei già negli anni Novanta, analizzando tecniche viticole e varietà autoctone a partire dalle evidenze archeologiche. Il professor Scienza ha lavorato alla mappatura genetica delle viti coltivate duemila anni fa ai piedi del Vesuvio, per fondare il reimpianto su basi storicamente documentate. L’obiettivo dichiarato è ricostruire le forme di allevamento della vite tipiche dell’epoca, compreso il sistema di coltivazione su alberi vivi, testimoniato dalle fonti romane e scomparso da secoli.

Il progetto ha già iniziato a fare rumore anche fuori dall’Italia. Alder Yarrow, fondatore di Vinography, uno dei blog di critica enologica più autorevoli nel mondo anglosassone, ha visitato il Parco e documentato sui propri canali social i vigneti gestiti da Feudi di San Gregorio e Basilisco. “Una delle cose più belle che hanno fatto a Pompei è riavviare la viticoltura sul sito”, ha scritto Yarrow, definendo il tutto “un progetto straordinario all’ombra del Vesuvio”. Un riconoscimento spontaneo, non istituzionale, che misura la capacità di questa iniziativa di parlare a un pubblico globale.

Non è la prima volta che Pompei dialoga con il vino. Intorno all’area archeologica esistono da tempo cantine che rivendicano un legame con la storia, spesso senza basi scientifiche solide. Con “Coltivare la storia” il Parco sceglie la strada opposta: documentare, studiare, ricostruire, produrre. Dare corpo a un racconto che non si accontenta di evocare, ma dimostra. E lo fa con il rigore della ricerca e la competenza di chi di vino capisce davvero.

Il progetto apre anche scenari nuovi per la fruizione del sito. I visitatori potranno vedere i vigneti, conoscere le antiche tecniche di coltivazione, assaggiare vini nati da uve che affondano le radici in un Dna millenario. L’agricoltura sociale, poi, aggiunge un altro livello di valore, trasformando il Parco non solo in un luogo di conservazione ma anche di inclusione e formazione.

La prossima vendemmia sarà un appuntamento importante. Il primo raccolto a ciclo completo, dalla vigna alla bottiglia, senza uscire dal sito Unesco. Un’occasione per assaggiare un vino che ha qualcosa di unico: il sapore di una terra che ha seppellito e risorge, il profumo di un’uva che duemila anni fa qualcuno forse stava raccogliendo mentre il cielo diventava nero. Oggi Pompei non è più solo un museo a cielo aperto. È anche una cantina. E il vino che ne uscirà avrà il gusto di una storia ricostruita con amore, pazienza e scienza.

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